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“New York? La chiave sono le pubbliche relazioni”: parola di Virginia Cadermartori

Intervista alla PR milanese, che ha lanciato la sua carriera nella Grande Mela

Virginia Cadermartori.

La sua prima idea era quella di fare la produttrice cinematografica. Figlia di una PR, guardando mamma si diceva: "Non seguirò le sue orme". Ma poi, 9 anni fa, la prima esperienza nel campo delle pubbliche relazioni. Carriera che non ha più lasciato, e che ha perseguito ad alti livelli addirittura oltreoceano

Insieme al sogno americano nel cassetto, Virginia Cademartori sognava anche di diventare una produttrice cinematografica. La scelta di intraprendere la carriera nelle pubbliche relazioni, anche se apparentemente scontata, non è stata la sua prima opzione. Milanese, laurea in scienze della comunicazione all’Università Statale di Milano, Virginia fa il salto nella Grande Mela, una città che la affascinata da sempre. A New York, ha lavorato per Sally Fischer e anche per Pal Zileri.

Moda e cinema, un connubio che ha sempre fatto parte della sua vita. “Forse l’80% di New York si basa su pubbliche relazioni. Relazioni di lavoro, di amicizia, persino con il proprietario del Deli sotto casa.. Non sono facili da impostare, lo ammetto”, dice Virginia. A New York siamo tutti un po’ PR, ma i piu fortunati ci guadagnano!

Essendo in qualche modo figlia d’arte,  per te è stata scontata la  scelta delle pubbliche relazioni?
“Diciamo che non è stata proprio scontata. Anzi, al contrario, ho cercato di evitarla all’inizio. Ho sempre osservato mia mamma quando mi portava con lei alle sfilate o agli eventi, ma non ne ero convinta. Poi quando ero piccola per me le PR erano solo legate alla moda, un mondo che non mi interessava assolutamente ai tempi. Quindi ho sempre detto “non seguirò mai le orme di mia mamma. La mia prima passione è stata, ed è ancora, il cinema ed era quello che volevo fare. Così ho deciso di iscrivermi a Scienze della Comunicazione con indirizzo spettacolo per seguire il sogno di diventare produttrice cinematografica. Ho anche provato un’esperienza presso una casa di produzione di pubblicità e video musicali, dopo la laurea. Ma forse, sotto sotto, le relazioni pubbliche sono sempre state parte di me, quindi è stato per me quasi inevitabile caderci dentro. E l’osservare mia mamma nel corso degli anni ha decisamente aiutato la mia formazione e come pormi con clienti e giornalisti. Cosi, quando una mia amica mi ha detto “l’agenzia per la quale lavoro sta cercando una junior PR, ti interesserebbe?” non avevano clienti di moda, ma un mix di diversi campi, quindi mi sono detta “Perché no? Magari poi mi riesce bene”… e sono ancora qui, dopo quasi 9 anni, tra Milano e New York, cadendo alla fine anche nella moda (maschile)”.

Da Milano a NY, come è stato il passaggio nella Grande Mela?
“Ho sempre avuto il sogno Americano nel cassetto. Sempre grazie al lavoro di mia mamma, ho potuto accompagnarla qualche volta a New York nei suoi viaggi di lavoro. Ed e’ sempre stato una citta affascinante, caotica, travolgente (nel bene e nel male). Poi siamo una famiglia un po’ filo americana, con molti amici internazionali per i quali a Milano organizzavamo cene del Ringraziamento, Halloween o il 4 di Luglio. Tra il liceo e l’università ho preso un anno di stacco e sono andata a Boston a perfezionare l’inglese – un’esperienza fantastica che consiglio a tutti – e la tentazione di provare a vivere e lavorare in America e’ cresciuta. Cosi sono tornata in Italia, mi sono laureata e dopo 2 anni di lavoro a Milano, ho deciso di fare il grande passo. Venduto macchina e motorino, risparmiato e partita all’avventura, con un lavoro da Sally Fischer PR. Per fortuna avevo gia’ due amici (americani e non) a New York, quindi non ero completamente sola…ma non e’ stata sempre semplice all’inizio. Chiunque abbia fatto questo passo può confermare quello che sto per dire: New York ti da tantissimo, ma ti chiede altrettanto in ritorno. Cercare casa, capire come funzionano le piccole cose quotidiane… tutto sembrava difficile (e a volte ancora lo e’), pur arrivando da un’altra grande città come Milano. Ma la vibe e l’energia che New York finisce con il darti e’ incomparabile!”.

Hai lavorato per agenzie di PR rinomate a NY e di recente per Pal Zileri. Quanto contano le pubbliche relazioni in una città come NY?
“Forse l’80% di New York si basa su pubbliche relazioni. Relazioni di lavoro, di amicizia, persino con il proprietario del Deli sotto casa.. Non sono facili da impostare, lo ammetto. La vita lavorativa – come quella personale – è un vortice, quindi devi sempre essere all’erta, essere attento a quello che succede intorno a te, interessato e disponibile. Le stesse amicizie sono da vedere cosi, in una città cosi grande, non è semplice mantenere le relazioni, ci devi mettere impegno e lavorarci. Tutto si basa su pubbliche relazioni. Essendo una città più grande di Milano e molto più internazionale, poi, c’è anche tanta competizione, tra i vari brand/clienti/prodotti, ma anche tra le stesse agenzie di PR…Come sempre, niente è facile nella Grande Mela! È fondamentale chi riesci a conoscere e i rapporti che riesci a creare e mantenere nel tempo, Un costante lavoro, sia nella vita professionale che in quella lavorativa. Come ha detto una volta una mia amica (PR ovviamente) “A New York siamo tutti un po’ PR, ma i pù fortunati ci guadagnano!””.

Qual è la strategia fondamentale per portare a termine con successo gli obiettivi con i tuoi clienti?
“Forse l’unica vera strategia – dalla quale partono poi variegate sfaccettature – è il comprendere il cliente al 100%, capire quali sono i goal, le basi da cui parte, persino le insicurezze, e strutturare poi ogni progetto sulle sue specificità e caratteristiche. Questa è sicuramente la chiave! Ogni cliente è diverso, ed ognuno ha punti di forza e diversi, perché ogni brand/cliente è frutto di una storia diversa, bisogna capirli e saperli gestire.  Non sono mai stata una PR aggressiva, non e’ il mio stile, ne’ con il cliente ne’ con la stampa. Tendo più a cercare di instaurare una relazione che possa poi sfociare in un vero rapporto, magari anche di amicizia con il tempo. Per me è importante che i clienti non mi vedano solo come una persona esterna, che stanno pagando per ottenere dei risultati, voglio che arrivino a fidarsi e a lasciarsi andare. Bisogna lavorare unitamente, parlarsi con sincerità e creare un piano insieme”.

L’evento più importante  che hai organizzato?
“Sicuramente quello più grande e stressante può essere considerato il mio primo grande evento, una performance teatrale seguita da cena di gala per un grande cliente italiano. Ero ancora alle prime armi, quindi su molte cose ero ancora insicura e gestirlo non e’ stato facile. Abbiamo dovuto occuparci di tutto, dalla parte PR con i giornalisti per promuovere l’evento e il brand, alla vendita dei biglietti, il seating plan per teatro e cena, scegliere la location, menu, come apparecchiare, i fiori, le celebrities e VIP… insomma, un evento a 360 gradi, dal quale non ero sicura di uscire viva, ma che mi ha insegnato davvero tanto. Tra cui come rimanere calma, pensare a mente lucida su una soluzione qualora si verificasse un problema, controllare tutto in continuazione, avere occhi ovunque e rimaner comunque sempre professionale, sia con il cliente che con i giornalisti e gli ospiti. È stata una bella esperienza, tosta, ma decisamente interessante. Altre esperienze, decisamente meno stressanti, ma per me molto importanti, sono stati il lavorare su diversi film festival italiani a New York e Los Angeles. Importanti per me perché hanno segnato un ritorno alla mia prima passione – il cinema – e mi hanno permesso di contribuire nel portare la cultura cinematografica italiana, molto spesso sottovalutata, davanti ad un pubblico americano. Una grande soddisfazione per me, da amante del cinema e portavoce (nel mio piccolo) dell’italianità all’estero”.

Cosa ti ha insegna ancora oggi NY?
“Mi insegna che niente è dovuto, che niente è mai veramente facile e che, soprattutto, non ti è concesso “sederti sugli allori.” Quando pensi di poterti “riposare” un attimo, qualcosa succede e ti fa riscattare in piedi. Bisogna sempre essere all’erta. Il che è molto stimolante e una bella sfida, anche se a volte, un po’ stancante. Ma la formazione e preparazione che ottieni da questo vortice, non la trovi da nessun’altra parte. Ogni cosa è amplificata, qui, hai come l’impressione che 2 anni valgono come 4 in qualsiasi altra città. Lo ammetto, non è sempre stato facile, ci sono stati momenti in cui ho pensato di mollare… sicuramente mi ha insegnato ad apprezzare l’Italia, a rafforzare i rapporti con amici stretti rimasti a casa e a farmi mancare la famiglia e la mia amata Toscana, ma non mi vedo vivere da nessun altra parte per ora. La mia vita è a New York, casa è qui ora. Sono riuscita a costruire un bellissimo circolo di amici (Italiani e non) che posso chiamare famiglia estesa, e se vivi a New York e’ fondamentale. Sono relazioni pù forti quelle che si creano, come è forte tutto quello che vivi in questa città. Frank Sinatra aveva ragione “if you can make it here, you can make it anywhere””.

Rispetto a Milano, come ci si muove a NY nel mondo delle pubbliche relazioni?
“In realtà non è molto differente. Anche se la mia esperienza lavorativa conta più anni a NY che a Milano, penso che la base sia uguale: l’importante è riuscire a creare rapporti con la stampa e renderli forti, non necessariamente da tenere solo nell’ambito lavorativo, ma – come dicevo prima – essere in grado di trasformali anche in amicizia. New York è sicuramente un mercato molto difficile e competitivo, dove ci sono tanti brand, tante PR e tante opportunità… io baso il mio lavoro sull’efficienza, la professionalità, l’educazione (che purtroppo a volte manca) e le relazioni che costruite o che voglio costruire. Tutte queste possono non essere caratteristiche che un cliente richiede in una PR, e non ho problemi a dire che se vogliono qualcuno di aggressivo o maleducato, possono rivolgersi altrove. Io quella che loro vedono aggressività in alcune PR, la trasformo in persistenza educata, in non demordere quando non ottengo subito una risposta da un giornalista, ma continuare a trasmettere il messaggio del brand/cliente, ad arrivare a costruire quel famoso rapporto di fiducia anche con i giornalisti. L’importante è non farsi intimorire, che e’ anche rivolto alla città– se non ti fai intimorire da New York, non vedo perché tu debba permetterlo ad un cliente o ad un giornalista”.

Ci parli della tua NY, i posti che ami frequentare?
“New York è fantastica anche per tutto quello che offre, e per ogni età. Per i primi 5 anni ho vissuto a Manhattan, tra Chelsea, Hell’s Kitchen e l’East Village – anni di crescita personale e professionale, in cui mi interessava essere nel pieno casino, poter esser vicino alla vera azione. Ricordo che andavo spesso nel Meatpacking (zona che cerco di evitare ora) e poi nei vari locali e ristoranti dell’East Village. Due anni fa ho deciso di superare il ponte e trasferirmi a Brooklyn (Williamsburg). La migliore decisione che potessi fare. Sono più grande di quando sono arrivata e non mi interessava più esser nel fulcro del caos 24/7. Ci torno sempre, ma poi rientro nella “quiete” (parola che a New York non esiste veramente) di Brooklyn. Cerco sempre di scoprire posti nuovi, ma i miei “to go to spots” sono sicuramente per la carne El Almacen (buonissima carne argentina), Chez Ma Tante (Canadese/Americano), giapponese Samurai Mama o Amami, Allswell o Cafe Colette (per un buon burger) e Maison Premier per un buon cocktail – questi a Williamsburg. Poi mi piace moltissimo un vietnamita nel Lower East Side (An Choi) e due ristoranti di pesce a Red Hook, Brooklyn Crab – che sembra un mix tra un lodge di surfisti e uno di pescatori, e Red Lobster Pound. Pur essendo italiana, non amo andare a cena in ristoranti italiani, preferisco quelli internazionali (ho la fortuna di avere un marito che fa pasta fresca a casa e cucina benissimo, quindi il ristorante italiano lo trovo comodamente a casa), ma quando si decide con gli amici di andare, di solito i posti preferiti sono L’Antica Pesa, Aurora, Epistrophy o Trattoria San Carlo. Durante il giorno di weekend mi piace fare giretti in zone che ancora non conosco bene, mercatini dell’antiquariato (a Brooklyn ce ne sono un’infinità). Sono 7 anni che sono a New York e comunque c’e’ ancora tantissimo da scoprire… Non finisce mai di stupirti!”.

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