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Parlerò di sentimenti, di tabù, di destino e perché Istria e Dalmazia erano Italia

Il destino mitteladriatico di chi ha le radici nella costa orientale un tempo della Serenissima Venezia e quindi d'Italia

Quello che leggerete è il mio discorso che ho pronunciato al convegno su “Il ruolo del giornalismo nella diffusione della memoria dell’esodo giuliano-dalmata”. Il convegno è stato organizzato da Massimiliano Lacota, presidente dall’Unione degli Istriani nel palazzo della Regione Friuli Venezia Giulia a Trieste. Interventi di Massimiliano Fedriga, presidente della Regione; Vittorio Feltri, direttore di Libero; Marcello Veneziani, giornalista e politologo; Fausto Biloslavo, inviato de Il Giornale.

All’inizio abbiamo sperato. Sperato di ritornare nelle nostre terre. Poi l’abbiamo sognato. Non era già più possibile. Ma il sogno di vivere aiuta a sopravvivere. Ora non sogniamo più. Abbiamo fatto pace con la vita reale, la realtà che però non è la realtà storica. Sono in troppi ancora a non sapere cosa successe agli italiani della Costa Orientale.

Poi ci sono quelli che sapevano, che hanno partecipato ad infliggerci la sofferenza, a uccidere, a rubare. Questi sono amici, parenti o compagni del partito comunista degli attuali negazionisti. I negazionisti negano i fatti dimostrati da testimoni e negano i ritrovamenti di resti umani, benché molti prigionieri siano stati fatti sparire. Negando, difendono e avvalorano le azioni efferate dei partigiani titini. Se oggi neghiamo un atto, ammettiamo che domani si possa perpetrare.

Il non voler riconoscere cosa sia successo oltre 70 anni fa, non permette alla memoria di insegnarci come affrontare il presente, ai primi sintomi di totalitarismo. Che nasce sempre dalle frustrazioni e dall’odio sociale. Dalla disparità di ricchezze.

Nessuno vuole rendersi conto che la cultura può fare la differenza, perché la cultura è ricchezza. Può insegnare a capire, a ragionare, a mettere in guardia e pure a farsi una posizione sociale onestamente. Senza avere scheletri nell’armadio o quadri rubati in salotto.

La storia va raccontata e ripetuta, perché, come dicevano i latini, repetita iuvant.

Non c’è ancora, in chi rappresenta istituzionalmente l’Italia a livello internazionale, il coraggio di esprimersi sulla gravità dei fatti storici avvenuti nel dopoguerra sulla Costa Orientale d’Italia, per tacitare i presidenti Pahor e Plenkovic delle vicine Repubbliche di Slovenia e di Croazia.

Sembra quasi che li temano: hic sunt leones, dicevano i romani.

No, oltre confine non ci sono più i leoni, l’unico leone che c’è stato di là è stato il leone di San Marco, poi sono arrivati gli sciacalli, semmai.

Primo, quei presidenti non devono permettersi di lamentare quanto si afferma nel nostro Paese riguardo le foibe, perché l’Italia è uno Stato sovrano.

Secondo, è uno Stato di ben altro peso europeo ed internazionale.

Terzo, sarebbe ora di rivelare e sfatare i tabù che ossessionano Slovenia e Croazia. E di questo voglio parlare.

L’intervento di Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia

TABU’ N. 1: Istria e Dalmazia erano terre italiane, Italia.

Noi triestini, molti dei quali di origine istriana o dalmata, lo sappiamo. Ma quanti italiani davvero sanno che queste erano regioni d’Italia e che i nostri genitori e nonni sono scappati dalla loro patria, non dalla Jugoslavia, che nemmeno esisteva come repubblica socialista federale?

A scuola finora non l’hanno insegnato.

Domenica 10 febbraio, il Giorno del Ricordo alla Foiba di Basovizza, Antonio Tajani, ci ha salutati con “Viva l’Istria e la Dalmazia italiane!” per ricordare qual era all’epoca la nostra nazionalità e quella della nostre terre.

Ancora troppo pochi sanno che chi rimaneva, doveva rinnegare la propria italianità e dichiararsi slavo, gli era vietato di parlare l’italiano.

Non difendo Tajani, perché ha dimostrato nei giorni seguenti di non essere stato capace di difendere neanche se stesso, forse non conosce la storia. Avrebbe potuto obiettare con sicurezza alle lamentele del presidente sloveno Borut Pahor: “Ho applaudito quella che è stata la Costa Orientale d’Italia e i suoi eroici abitanti”.

L’indomani del Giorno del Ricordo mi sono svegliata nel cuore della notte con questa frase: “Ognuno è eroe di se stesso e patria è dove è nato”.

TABU’ N. 2 Gli slavi non avevano una propria cultura scritta

L’unica identità culturale lungo la Costa Orientale Adriatica era quella italiana. Gli slavi, per secoli stanziati a 100 km dalla costa, nell’800 vennero trasferiti in massa lungo il mare dall’impero austroungarico per mettere in minoranza gli italiani. Ma l’impero dovette mantenere le scuole e tutti gli atti legali, dai contratti al catasto tavolare, in italiano, perché gli slavi non avevano una propria cultura scritta e un’identità nazionale, in quanto non avevano avuto alcun regno da 800 anni, essendo sempre stati divisi in diverse etnie e tribù. Infatti i cosiddetti principi Karadgeorgevic erano dei capotribù serbi, a cui venne confezionato un regno dagli inglesi alla fine della prima guerra mondiale, al quale sloveni e croati aderirono obtorto collo; come si è poi visto dai fatti.

TABU’ N. 3: la falsa onorabilità.

Come si può costruire un’onorabilità su un misfatto, su una rapina, su un eccidio? Tajani con quel “Viva” ha intaccato l’onorabilità pubblica delle vicine Repubbliche, a cui tengono in modo viscerale.

Offendendosi, come se i fatti storici fossero un’invenzione italiana, i presidenti Pahor e Plenkovic hanno dimostrato che in fondo alle viscere sta la loro coscienza sporca, di cui si vergognano in patria davanti alle nuove generazioni, le quali sentono il bisogno di conoscere la propria storia e ne ricercano le inesistenti radici. I loro figli vengono tenuti all’oscuro dei 400 anni di storia veneziana e poi italiana: nelle scuole dal primo medioevo si passa all’impero austroungarico. E molti ragazzi non sanno che abitano case insanguinate dal sangue dei proprietari italiani.

TABU’ N. 4 Croazia e Slovenia non hanno una propria storia

Dopo averci rubato la vita, la patria, gli affetti, la terra, le case, le cose, le tombe, Croazia e Slovenia ci stanno rubando anche la storia.

Muti i nostri governanti. Non avendo mai avuto una sovranità nazionale, hanno bisogno di uomini che avrebbero fatto la loro storia. E siccome non li hanno, traducono in slavo i nomi dei nostri avi.

Marco Polo sarebbe stato croato e nato a Curzola. Peccato che all’epoca Curzola era un’isola della Serenissima.

Il mio avo, Giovanni de Dominis, comandante della flotta dalmata nella battaglia di Lepanto, sulla galera San Giovanni, è diventato Ivan. Per fortuna, non hanno tradotto il cognome perché è latino.

Il mio antenato Marcantonio de Dominis, scienziato nel campo dell’ottica, arcivescovo di Spalato e poi decano di Winsor, è diventato Marcantun.

TABU’ N.5 Croazia e Slovenia non hanno radici

Leggete il libro “Slavi” di Francis Conte e li capirete: gli slavi abitavano le zone paludose e infertili della Russia del Sud, si spinsero nei Balcani nel V secolo. Per avere una terra fertile hanno sempre razziato ed ucciso. E così è stato fino all’ultimo conflitto bellico degli anni ’90. Per arricchirsi senza fatica si sono sempre venduti e hanno sterminato, hanno gettato in foiba o nel mare chi era possidente. Gli antichi greci li chiamavano sklavos, per sottolineare che non avevano dignità di popolo, servivano il miglior offerente.

Quando non hai dignità, non hai radici. Sei indegno.

Noi, istriani e dalmati, a differenza loro, abbiamo le radici. Esse sono nel nostro cuore che ci ha fatto fare una scelta di dignità e possiamo essere dove vogliamo, perché sappiamo chi siamo e da dove veniamo.

Per secoli, noi ci siamo sentiti cittadini del mondo, come Venezia ci aveva insegnato. Sotto l’impero austroungarico ci siamo scoperti europei, prima dell’Europa. Ma ci siamo sempre sentiti italiani anche quando ci siamo ritrovati a far parte di quella Mitteleuropa, che non era proprio ciò che sentivamo di essere. Perché è l’Adriatico che era ed è stato il nostro destino.

Mi sono svegliata prestissimo una mattina da un sogno che non ricordo, ma con una frase che ricordo: “Schiacciato tra due epoche, due guerre, due civiltà, due culture”.

Il NOSTRO DESTINO MITTELADRIATICO?

Non terre di mezzo le nostre, come quelle della Mitteleuropa, ma terre in mezzo al mare, la terra mitteladriatica. Il mare tra la terra, tra le isole.

Siamo più mare o più terra?

Siamo come il mare: noi non abbiamo terra. Noi siamo mare. E la terra è stata per noi solo approdo. Agognato sì, ma non definitivo. Solo il mare è per sempre.

Noi della costa orientale d’Italia non siamo né carne né pesce. Mangiamo carne e pesce, ma prediligiamo prosciutto e scampi, salati e dolci insieme. Così siamo noi: salmastri, pungenti, mordaci e amabili, moderati, sentimentali. Per questo siamo diversi: lacerati, sradicati, mezzo e mezzo. In mezzo?

Non siamo più là e non ci sentiamo di qua, in questa Italia, anche se vi siamo nati. Le radici stanno nel cuore, nelle viscere, nel sangue. Nei ricordi dei padri e delle madri. Di gioia e sofferenze.

Anche se ci avete preso tutto, perfino le tombe, non ci avete preso le radici. Noi continueremo a crescere là, nelle nostre terre occupate. Dov’è lo spirito dei nostri avi, dove ci sono le nostre dimore, la nostra storia a tormentare le vostre coscienze. Non avete radici. Né sapete immergervi nel mare e riaffiorare ad altri lidi. Non siete figli di questo mare.

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