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Alessandro Gualandi, il toscano che con “Melampo” fece piangere l’Infanta a Soho

Ricordo del gigante fiorentino che negli anni gestì a New York la più ricercata panineria. Con lui guardavo, in silenzio, la Fiorentina...

La zona di Soho dove Alessandro Gualandi aprì "Melampo"

Con gli anni Alessandro e Melampo erano diventati la stessa cosa, e quel negozietto faceva i più ambiti e migliori sandwich di New York. Le troupe cinematografiche che giravano film in zona si facevano spedire i sandwich da Melampo, e così facevano anche alcuni big della moda. Arrivato da Firenze negli anni ’70, era parte di un gruppo di fiorentini e toscani venuti a New York al seguito di mogli o fidanzate conosciute nella città di Dante

La figlia del re di Spagna ha avuto in anni recenti diversi seri problemi e vicende giudiziarie. Il marito è stato condannato per varie irregolarità. Ma sono in pochi a poter dire di averla fatta piangere per un nonnulla o quasi nella pacifica New York. La storia, che finì sui giornali, aveva per protagonista un fiorentino speciale, Alessandro Gualandi, e il suo “Melampo” all’epoca il più noto negozio di sandwich della Grande Mela. Alessandro, che è mancato in questi giorni, ha aperto e gestito il piccolo negozio dedicato al cane di Pinocchio nel cuore di Sullivan Street a Soho per una decina d’anni. La stessa zona dove 30-35 anni fa non era difficile ascoltare gli anziani con l’accento lucchese o ligure parlare per strada.

Melampo era famoso, spesso c’era la fila fuori per comprare un sandwich o una libbra di formaggio o prosciutto, e Alessandro era un impasto unico: burbero e dolce, laconico e cervellotico. Capace di perdere dieci minuti a parlare con il figlio di un cliente, mentre la fila aspettava, o mezz’ora per fare le foto a Marcello Mastroianni che lo aveva visitato. Ma guai a fargli domande inutili, o spiegazioni fuori luogo. I sandwich del suo menu, ad esempio, avevano nomi improponibili per un americano e spesso ingredienti da addetti ai lavori. Ma non era il caso, per farla breve, di chiedere sostituzioni negli ingredienti o – peggio – spiegazioni. Allora il gigante buono diventava inflessibile. E sulle pareti del negozio aveva scritto chiaro e tondo le regole del…gioco.

Con gli anni Alessandro e Melampo erano diventati la stessa cosa, e quel negozietto faceva i più ambiti e migliori sandwich della città. Le troupe cinematografiche che giravano film in zona si facevano spedire i sandwich da Melampo, e così facevano anche alcuni big della moda. In fila capitava di avere davanti qualcuno che ordinava 15 sandwich diversi. Gualandi conosceva i big di Cnn, e le firme del New York Times e parlava con loro di tutto.. Molti chiedevano ad Alessandro di organizzare il rinfresco dei loro eventi sociali, ma dopo 10-12 ore dietro il banco anche lui era costretto a rifiutare.

Alessandro faceva tutto da solo, compresa la mozzarella, in quei pochi metri quadrati. Arrivato a New York negli anni ’70, era parte almeno anagraficamente di un gruppo non piccolo di fiorentini e toscani venuti a New York al seguito di mogli o fidanzate conosciute nella città di Dante. Molti di loro finirono, in un modo o nell’altro, nella ristorazione. Alcuni con grande successo, come Silvano con il suo omonimo ristorante al Village. Alessandro Gualandi, invece, aveva fatto lavori diversi, forse il cameriere, e anche l’attore. Il suo matrimonio era durato poco, ma i rapporti con la ex moglie erano rimasti cordiali. Per anni, e c’è da giurarci fino alla fine, era rimasto iscritto all’Actor’s Guild – il sindacato degli attori.

Melampo era uno dei pochi, forse l’unico, negozio della città dove arrivava una copia del “Daily Variety”, il quotidiano di Hollywood fratello del celeberrimo e omologo settimanale. Sulle pareti del locale, fra i prodotti italiani, comparivano le foto di attori famosi e figli di amici, questi ultimi spesso fotografati anche a distanza di anni. Nei momenti, pochi, di calma offriva volentieri un caffè agli amici o un dolcetto a qualche piccolo cliente. Il burbero tornava ad essere un angelo. Lo stesso che per anni aveva espresso gratitudine per avergli fatto fare un commercial di successo con la Ferrero.

Alessandro non era nato con Melampo, come detto. L’avevamo conosciuto quando vendeva al mondo della ristorazione italiana a New York prodotti italiani di gran lusso, dalla pasta all’olio. E in quel periodo nessuno conosceva la scena dei ristoranti meglio di lui, e soprattutto capiva (dagli ordini che riceveva…) chi andasse bene o meno. Era, per chi scriveva di cucina, una fonte inesauribile di informazioni e dettagli. Come quella su un noto ristorante di Midtown che ordinava tante forme di Parmigiano Reggiano, che Alessandro era convinto finissero per venire trafugate nottetempo da qualche cameriere disonesto. Come poi venne ampiamente provato.

Aveva un’intelligenza viva e si interessava di tutto, compresa la politica sia italiana che americana. Socialmente era un timido, e non amava i gruppi organizzati. Tanto è vero che, pur tifoso della Fiorentina, rarissimamente venne a vedere una partita in compagnia all’Angolo su Houston Street.

Col tempo Melampo e il suo carico di lavoro finirono per pesare su Alessandro, che cedette tutto a un giovane volonteroso ma non capace di proseguire il successo del fondatore. Lui voleva tornare più spesso a Firenze, e curare la sua salute. Aveva avuto problemi di cuore, e doveva riguardarsi. Nel suo piccolo appartamento su Sullivan Street, dove viveva in equo canone e dovette difendersi in tribunale da un padrone di casa che ne voleva lo sfratto, Alessandro fu un sostenitore ante-litteram dei social media. Comprò e pagò per anni alcuni dominii su internet, convinto di poterli vendere in seguito. Spesso andavo la domenica mattina presto a vedere la partita della Fiorentina in diretta a casa sua con l’obbligo di non alzare troppo la voce perché uno dei vicini …chiedeva subito il silenzio con molta veemenza.

Alessandro Gualandi se n’è andato in punta di piedi. Dopo quasi mezzo secolo a New York, costellato di visite a Firenze e nella sua Toscana. Negli ultimi tempi, raccontano gli amici, non stava affatto bene. Io l’avevo visto qualche tempo fa per strada, molto ingrossato e schivo. Da anni faceva poderose camminate su e giù per Manhattan, seguendo i consigli dei medici. Per anni sognava ancora di aprire un ristorante o un Melampo-bis più grande. Ci eravamo persi di vista, ma la sua generosità e la sua cordialità non si dimenticano.

E l’Infanta? Entrò da Melampo con gesto spavaldo, perché le avevano parlato dei suoi famosi panini. Lasciò fuori la scorta ufficiale e quella personale (che pure voleva seguirla) , convinta – dicono le cronache – di “saper ordinare un panino da sola”. Dopo pochi minuti uscì dal locale piangente, e le guardie balzarono pronte a difenderla. Lei rispose fra le lacrime di “lasciar perdere quell’italiano dietro il banco”. Aveva capito l’errore commesso. Aveva chiesto al patron di Melampo di suggerire un sandwich. O magari si era mostrata incerta fra un panino e l’altro, costringendo la fila da aspettare. Cosa sia successo esattamente non lo sapremo mai. L’Infanta ha altri guai da gestire. E Alessandro Gualandi non ne parlò mai più.

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