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Salvo Arena, l’avvocato catanese che dopo Harvard ha conquistato New York

Partner in uno dei più importanti studi internazionali, c'è lui dietro i grandi affari tra USA e Italia, come l'acquisto della Fiorentina e del Bologna

Salvo Arena (Photo Harvard Law Bulletin)

Determinazione, resilienza, obiettivi chiari, una grande passione e consapevolezza. Non chiamatelo però American dream. Quello di Salvo Arena é un sogno che ha il gusto e il sapore del coraggio, di grandi sacrifici, di sfide e successi personali che partono dal Sud e che oltreoceano hanno trovato pieno compimento e realizzazione massima.

E’ il sogno di un ragazzo brillante che si fa notare per il suo talento sin dai tempi degli studi presso la facoltà di legge di Catania. Un dottorato in diritto commerciale ai piedi dell’Etna, poi l’esigenza di confrontarsi con qualcosa di più grande e complesso.

Era il 1999 e Salvo Arena é il primo laureato di un’università siciliana ammesso alla Harvard Law School.

Da lì parte la corsa ai fondi per sostenere gli studi che si concludono con un LL.M nella prestigiosa università americana.

A sostenerlo c’é anche l’allora Provincia di Catania che gli affida l’ incarico di selezionare al National Archive di Washington D.C le foto dello sbarco degli alleati in Sicilia.

Foto che oggi sono in mostra a Catania all’attuale Museo storico dello sbarco in Sicilia.

Nella storia dell’avvocato catanese c’é ancora un altro primato: é il primo cittadino non americano dalla nascita a ricoprire la prestigiosa carica di presidente della Harvard Law School Association, l’associazione degli ex allievi della più importante facoltà di legge americana, che conta anche l’ex presidente Barack Obama e la moglie Michelle tra gli iscritti.

Dopo aver lavorato per tre anni nel famoso studio newyorchese Shearman & Sterling, dal 2008 é socio e responsabile a NY  di  Chiomenti, il prestigioso studio legale con sedi in Italia e all’estero. E’ lo stesso Salvo Arena ad aver assistito clienti come Rocco Commisso per l’acquisto della Fiorentina.  Acquisizioni, fusioni societarie private equity, operazioni di leveraged buyout, sono l’oggetto della sua professione legale.

“Non mi piace parlare di American dream, capisco che viviamo in una società di definizioni pre-confezionate. Piuttosto parlerei del mio sogno che poi ha preso forma oltreoceano”- commenta.

Della sua esperienza ad Harvard dice: “la meritocrazia rimane un pilastro fondamentale della complessa società americana”.

Rocco Commisso con il suo avvocato Salvo Arena arriva con la squadra della Fiorentina all’imbarcadero di Weehawken, NJ (Foto VNY)

Non è la prima volta che lei si occupa di acquisizioni di società di calcio italiane da parte di italo-americani. Prima  Joe Tacopina e l’ultimo in ordine cronologico é  l’acquisto della Fiorentina da parte dell’italo-americano Rocco Commisso, entrambi assistiti da lei e dal suo studio. C’è una lettura che possiamo dare a questo nuovo interesse degli americani al mercato del calcio italiano?

“Dal canadese Joey Saputo presidente del Bologna, all’americano  James Pallotta della Roma, da Joe Tacopina  del Venezia fino a Rocco Commisso e Tony Di Piazza, abbiamo assistito ad  un interesse crescente degli italo-canadesi e italo-americani nei confronti delle squadre di calcio italiane. Non é però un fenomeno circoscritto agli italo-americani. Non dimentichiamoci che il fondo americano Elliott ha investito nel Milan e che il fondo York Capital ha puntato sulla Sampdoria, nonostante  quest’ultimo non abbia portato a termine l’operazione.

C’é sicuramente una certa enfatizzazione nei confronti degli investitori americani legata a determinati retaggi culturali che, identificano gli americani con persone in possesso di una maggiore capacità finanziaria e senso degli affari.

A questo bisogna aggiungere due elementi: l’innegabile crescita della passione calcistica nel pubblico americano e  l’aumento della disponibilità finanziaria da investire in questo settore.

Il calcio é uno sport che sta riscuotendo successo oltreoceano. Prova ne è la vittoria statunitense al mondiale di calcio femminile e la recente apertura a New York del primo ufficio all’estero della Lega serie A”.

Quali sono i vantaggi e i rischi per un imprenditore americano che decide di acquistare una squadra di calcio italiana?

“Gli investimenti nel mondo del calcio rispecchiano logiche e dinamiche diverse rispetto agli investimenti tradizionali.

La struttura a supporto, quella relativa al business plan, all’implementazione, é diversa da un classico investimento. Chi investe nel calcio sa di correre un rischio alto e deve avere delle prospettive future non immediate e prevedere risultati  concreti in almeno tre anni.

La logica di investimento ha alla base altri fattori: crescita della popolarità,  ritorno di immagine indiretta legata al business di chi investe nel calcio.

C’é anche una forte identificazione della squadra nella persona del presidente. Questo processo di identificazione  é un elemento che fa sicuramente aumentare il successo e la popolarità sia della squadra che del presidente-proprietario”.

La sua storia professionale inizia da Catania, la sua città. Nell’ateneo etneo lei si è formato con una laurea in legge e un dottorato in diritto commerciale. E’ stata la stessa facoltà di Giurisprudenza a metterle a disposizione una borsa di studio che l’ha portata ad Harvard. Una storia che smentisce un pò il vecchio stereotipo degli atenei Sud.

“Era il 1999 quando sono arrivato a New York. Sono stato il primo laureato siciliano ad essere ammesso ad Harvard. Fu un fatto del tutto nuovo anche per la stessa università catanese che, appresa la notizia, attivò diversi canali per potermi fornire un supporto. La facoltà di legge mi offrì una borsa di studio per studiare all’estero, l’allora Provincia di Catania mi diede un incarico con la missione di selezionare al National Archive di Washington D.C le foto dello sbarco degli alleati in Sicilia, al fine di realizzare a Catania l’attuale Museo storico dello sbarco in Sicilia.

Fui anche il primo siciliano a chiedere un prestito d’onore alla vecchia Comit, riservato agli studenti meritevoli che volevano conseguire un master negli Stati Uniti.

Oggi la mobilità universitaria é diversa ma allora fu qualcosa di nuovo che richiese sforzi notevoli”.

La Harvard Law School

C’é anche un altro record nella sua carriera:  è stato il terzo presidente, non americano dalla nascita, della prestigiosa Harvard Law School Association, l’associazione degli ex allievi della più importante facoltà di legge americana. Mai nessun italiano così in alto nei 130 anni di storia della prestigiosa associazione. Cosa ha significato questo incarico e che bilancio professionale  e personale ha tratto da quella esperienza?

“Ha significato innanzitutto una conferma: la meritocrazia rimane un pilastro fondamentale della complessa società americana.

A livello professionale e personale, si é aperto un mondo di conoscenze e contatti ad altissimo livello, perché Harvard ti da un senso di appartenenza molto forte e unico. Negli anni della mia presidenza, ho contribuito con moltissime iniziative, cambiamenti nel board, eventi di respiro internazionale. Un lavoro solido fatto con grande passione che é stato apprezzato e riconosciuto anche di recente con l’”Harvard Alumni Association Spirit Award”. Un riconoscimento che premia, come si legge nella motivazione “il mio ruolo appassionato e innovativo di ambasciatore dell’Università su entrambe le sponde dell’Atlantico”.

Il mio impegno con Harvard non si ferma e continua ancora oggi con gli incarichi  di Governor della Harvard Law School Association of Europe,  Co-Chair della Harvard Law School Association Hedge Fund & Private Equity Network Presidente della Harvard Law School Association of New York City e Co-Chair of the Harvard Law School Association International”.

La sua sembra una storia da American dream. Figlio di operaio catanese che ha voluto che lei nascesse in Svizzera, un dottorato in diritto commerciale e  un LL.M ad Harvard. Senza dubbio oggi  lei é uno dei professionisti italiani più affermati a New York.  Tutto merito della meritocrazia americana unita al suo talento e determinazione?

“Più che parlare di American dream parlerei di un obiettivo preciso e determinato: il mio.

Da subito ho capito che avevo voglia di confrontarmi con un mondo più grande e complesso da quello da cui provenivo e da quello in cui mi ero formato da studente. Da un lato quindi la determinazione, l’ambizione, la passione, il coraggio, dall’altra la consapevolezza che la società locale con cui interagivo richiedeva una certa provenienza.

Sono stato il primo  in famiglia a diplomarmi e laurearmi, tra quelli della mia generazione e della generazione dei miei. E da subito avevo chiari alcuni obiettivi: occuparmi di diritto societario, acquisizioni, fusioni. Per farlo a certi livelli non potevo rimanere al Sud e dovevo esplorare altre possibilità.

Non mi piace parlare di American dream, capisco che viviamo in una società di definizioni pre-confezionate. Piuttosto parlerei del mio sogno e della mia volontà che poi hanno preso forma oltreoceano”.

Oggi è socio e responsabile dell’ufficio di New York dello studio legale Chiomenti, uno dei più importanti al mondo.  Qual è il profilo dei suoi clienti e di cosa si occupa principalmente?

“Ho iniziato a collaborare con lo Studio nel 2006 e sono diventato socio nel 2008, dopo aver lavorato per 3 anni con Shearman & Sterling, sempre  a New York.

Oggi sono co-responsabile della business unit Private Equity e responsabile della sede di New York; assisto clienti italiani e stranieri in materia di Corporate – M&A e di private equity, con particolare focus su operazioni di leveraged buyout. Principalmente assisto clienti statunitensi ed internazionali in attività ordinarie e operazioni straordinarie in Italia che hanno come oggetto fusioni e acquisizioni”.

Lei ha fatto carriera in un settore, quello legale, spesso difficile per un professionista che non è nato e cresciuto negli Stati Uniti. Come vede, nel settore legale,  la formazione americana e la dimensione professionale oltreoceano rispetto a quella italiana?

“E’ difficile generalizzare quando si parla di formazione americana perché non esiste un sistema omogeneo sia nelle università pubbliche che private. Harvard poi fa parte delle cosidette “Ivy League” e può contare su un finanziamento, un approccio didattico e una metodologia diversi da ogni altra università americana, specialmente fuori dal circuito delle Ivy League.

La differenza principale riguarda il numero: in America nelle classi ci sono al massimo 30 studenti contro le aule strapiene delle università italiane. Poi c’é da sottolinearne che  in una facoltà di legge americana si studia il sistema common law attraverso il metodo socratico contro lo studio dei codici in Italia.

Le università americane rispecchiano la società. Sono di certo più pragmatiche e con una connessione diretta al mondo del lavoro. Ci sono career center a supporto dello studente, tirocini ben retribuiti che assistono e guidano gli studenti verso l’ingresso del mondo del lavoro.

La preparazione italiana, intesa come studio e conoscenza, non ha nulla da invidiare a quella americana, così come gli stessi studenti italiani non hanno nulla in meno rispetto ai colleghi americani. A Catania ho conosciuto diversi professori brillanti che sono stati per me un punto di riferimento. Il problema delle nostre università é altro e porta il nome di familismo e baronismo”.

Salvo Arena con il premio di Harvard

Ai suoi conterranei che vogliono crescere professionalmente oltreoceano, cosa consiglia?

“L’accesso al mercato americano, in alcuni settori, tra i quali quello legale, meno forse l’area scientifica, richiede una formazione americana. Occorre quindi puntare al conseguimento di un master in un’università prestigiosa americana. E per farlo bisogna avere voti alti e un ottimo livello di inglese. Dopo la laurea in legge, se l’obiettivo é quello di rimanere negli Stati Uniti, é difficile che uno studio americano scelga un socio non americano e che non abbia conseguito un J.D ma solo un LL.M.

Allora forse bisogna ricalibrare gli obiettivi e puntare ad essere socio junior dove basta un LL.M oppure conseguire un J.D”.

Che legame ha con la sua città, Catania? In che misura l’America e New York le appartengono?

“Sono catanese, italiano, nell’appartenenza a certi valori che hanno formato la mia persona e sono radicati in me: l’amore per il cibo, la famiglia, i rapporti umani, il rispetto.

Mi sento e sono newyorchese non solo perché vivo qui dal 1999 ma perché mi sono allineato ad una certa mentalità, soprattutto professionale, tipica di questa città.

Parlo della velocità, l’ottimizzazione dei tempi, la competizione e il senso del dovere.

A Catania vado almeno una volta l’anno e sempre con grande piacere. Oggi vedo tutto con una lente diversa e apprezzo cose che prima non riuscivo ad apprezzare. Certo, mi rattrista  vedere che certi problemi non trovano ancora una soluzione e lo stato di rassegnazione tipico di noi siciliani”.

Immaginerebbe oggi una vita professionale  e personale in Italia o Europa?

“In realtà in tutti questi anni non mi sono mai disconnesso con l’Italia grazie al fatto che lo studio Chiomenti é uno studio italiano che mi porta ad interagire molto con il Belpaese anche con viaggi frequenti. Non sento e non vedo  l’esigenza di un cambiamento nella mia carriera professionale”.

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