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Giuseppe Antonio Borgese in America: pensiero e azione di un esule antifascista

La biografia dell'intellettuale di Polizzi Generosa è strabiliante e ancor più assordante è il silenzio sulla portata, la complessità e profondità della sua opera

Nel luglio del 1931, a 48 anni, Giuseppe Antonio Borgese si imbarcò per gli USA, ove accettò l’incarico di visiting professor a Berkeley. Ormai il clima intorno era diventato rovente, a maggio suoi allievi erano stati pestati da squadracce fasciste, compromettente il suo appoggio anche se discreto a Salvemini. Di questa straordinaria permanenza e degli intrecci con gli uomini più prestigiosi del suo tempo ricordo in questa società di implosione e di revanche di micro nazionalismi velleitari quell’avveniristico suo “Disegno preliminare di Costituzione mondiale” (University of Chicago Press, 1948), davanti al quale fu un nulla quel progetto di Ventotene che portò all’incerta e bistrattata UE.

Giuseppe Antonio Borgese, Polizzi Generosa, 12 Novembre 1882 -Firenze, 4 dicembre 1952

Gli Italiani hanno dato agli USA moltissimo in rapporto alla popolazione, ma hanno anche ricevuto altrettanto. In questo periodo mi è capitato di incontrarmi idealmente con due giganti che hanno vissuto due vite segnate da un netto spartiacque di un soggiorno negli USA. Diciamo soggiorno con quel che comporta inserirsi in una cultura assai diversa, ma in realtà si trattò di un esilio, più o meno volontario e imposto dalla dittatura. Fu una fuga diversa da quella dei milioni di poveracci con la valigia di cartone che partirono a cercar fortuna, con l’incentivo e l’incoraggiamento dello stesso Governo del tempo. Questa ondata migratoria fu assai diversa in quanto non resa necessaria dalla fame, ma dalle persecuzioni fasciste, e soprattutto perché portatrice di una profonda cultura italiana che hanno messo a disposizione del paese accogliente. Fu anche un’esperienza diversa da quella di Calvino che si manifestò nelle sue Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio (Milano, Garzanti, 1988), tenute ad Harvard nel 1985 come Poetry Lectures, di lui che divenne Un ottimista in America (1959-1960).

Mi hanno scosso interiormente per le loro vicende, umane, politiche e culturali due giganti siciliani, don Luigi Sturzo di Caltagirone e Giuseppe Antonio Borgese di Polizzi Generosa (12 novembre 1882 – Fiesole 4 dicembre 1952). Siamo nella piazza italiana dei fuorusciti che per costrizione o volontà o per successo artistico, vivessero in USA, chi nella speranza e nella realizzazione di un ritorno, quella interiore “nostalgia”, chi in una permanenza definitiva. Fra questi ultimi quel discusso Lorenzo da Ponte, che diede l’avvio alla Casa Italia della Columbia Università (vedi lo splendido saggio di Barbara Faedda, associated director of the Italian Academy for Advanced Studies at Columbia University, From da Ponte to the Casa Italiana, Columbia  University Press 2017). Fu una grandissima parte della cultura liberale e democratica che ebbe la possibilità di continuare la propria attività, di rinsanguarla in una perfetta simbiosi con quella libertaria del Nuovo Mondo, quel popolo dei nostri grandi, come Salvemini, Caruso, Paganini, ma anche l’altro siciliano Benedetto Civiletti che adornò New York di glorie italiane con il suo Monumento a Giuseppe Verdi.

Polizzi Generosa

In questa stagione mi ha sorpreso in prima istanza la grandiosa esperienza americana di Borgese. L’occasione mi è stata offerta dal dono del volume fattomi dalla presidente della Biblioteca di Polizzi Generosa, la prof.ssa Ida Rampolla Del Tindaro, che ne ha redatto la prefazione e ha dato cenni storici sul paese, ex-docente di francese ed ispettrice, discendente del cardinale Mariano Rampolla Del Tindaro, segretario di Stato di Leone XIII, quello della Rerum novarum del 1891, eletto nel conclave del 1903, ma caduto sotto il veto della Cattolica Austria, ultimo nella storia, per una presunta vicinanza alla Francia. Si tratta di uno splendido volume patinato in cofanetto, Giuseppe Antonio Borgese e Polizzi la Generosa (Parco Letterario Giuseppe Antonio Borgese, Palermo 2019), un artistico album di fotografie di Polizzi Generosa, ma non solo. La bellezza, direi lo splendore delle fotografie realizzate da Schimmenti, sono intercalate da pensieri, riflessioni, rievocazioni tratte dai libri di Borgese, paesaggio fotografico e interpretazione poetica della sua “isola lontana”, con il suo particolare colorismo e contrasti, il paese con un nome “difficile e strano”, “che fa sorridere chi l’ode per la prima volta” (La città sconosciuta), ma anche il “bandolo della matassa” per scoprire la propria essenza. In una lingua che passa dal preziosismo lirico e descrittivo al siciliano, sua la traduzione della Figlia di Iorio di D’Annunzio. Il testo è redatto anche in una edizione inglese ed è in realizzazione un docufilm sulla vita e il pensiero con filmati originali assieme a Michael Pool della BBC di Londra.

La sua biografia è strabiliante e ancor più assordante è il silenzio che ha gravato e grava sulla portata, la complessità e profondità della sua opera, eccettuati la stima e l’amore sconfinato di Leonardo Sciascia (per tutti, Ciò che insegna la sua fede letteraria e politica, in Atti del Convegno su Giuseppe Antonio Borgese – Polizzi Generosa, settembre 1982). Da giovane me lo ricordarono e lessi il suo Rubé, rivoluzionario e apripista di una nuova stagione letteraria della cultura siciliana, che per il numero di protagonisti possiamo definire tout-court italiana, se si considera il plotone che va dalla triade Verga Capuna De Roberto, a Pirandello, da Brancati, a Vittorini e Quasimodo, fino a Tomasi, Sciascia, Consolo e l’ossessivo Camilleri, per citare i sommi. Mi limito soltanto ad invitare a scorrere la bibliografia di Borgese, tra la sua attività di giornalista del Corriere della sera e quella di professore di Estetica e Storia della critica, appositamente per lui creata presso l’Ateneo di Milano dopo l’esperienza di docente di Letteratura tedesca alla Sapienza di Roma nel 1910.

Nel luglio del 1931, a 48 anni, si imbarcò per gli USA, ove accettò l’incarico di visiting professor a Berkeley. Ormai il clima intorno era diventato rovente, a maggio suoi allievi erano stati pestati da squadracce fasciste, compromettente il suo appoggio anche se discreto a Salvemini. Il soggiorno accademico si trasformò in volontario esilio, durato fino alla fine della guerra, con il ritorno il 13 settembre 1949, dopo 18 anni di assenza. Ad agosto 1931, fu imposto il giuramento fascista che rifiutarono 13 docenti su 1251. Caso abnorme non gli fu chiesto da docente alle dipendenze del Ministero degli Esteri il giuramento di fedeltà al fascismo né dal Console né dal Ministero degli Esteri, che, anzi, prorogò di un anno l’incarico, senza fare alcun accenno al giuramento. Oggi mi immagino i numerosi suoi alunni che hanno avuto la fortuna in California di ascoltare le sue profonde lezioni. Di quel giorno scrisse: «Il 12 luglio 1931 pensavo che entravo in un tunnel, dal quale chi sa quando e dove sarei uscito. Mi pare ora d’intravedere quei tagli o lampi di luce che entrano nei lunghi tunnel presso l’uscita dagli spiragli aperti nella roccia» (Diario VI, p. 87).

Di questa straordinaria permanenza e degli intrecci con gli uomini più prestigiosi del suo tempo ricordo in questa società di implosione e di revanche di micro nazionalismi velleitari quell’avveniristico suo “Disegno preliminare di Costituzione mondiale” (University of Chicago Press, 1948), davanti al quale fu un nulla quel progetto di Ventotene che portò all’incerta e bistrattata UE. Fu promotore assieme a Richard McKeon e segretario del “Committee to Frame a World Constitution” (Comitato per la Costituzione mondiale), che iniziava con questo poetico preambolo: «that therefore the age of nations must end, and the era of humanity begin; the governments of the nations have decided to order their separate sovereignties in one government of justice, to which they surrender their arm.» Perciò «Justice “is the prerequisite of peace, and peace and justice stand or fall together.» e «The maintenance of peace; and to that end the enactment and promulgation of laws which shall be binding upon communities and upon individuals as well.» Esso pertanto si propose un modello di governo radicalmente unitario, che superasse ogni particolarismo di ordine sociale, religioso, culturale, economico, politico, sulla base della individuazione di una serie di valori universali o universalmente condivisibili. Nell’ambito specifico The City of Man, in collaborazione con Thomas Mann (New York, 1940); Common Cause (New York, 1943), che darà il nome alla successiva rivista, da lui fondata nel 1947 e pubblicata dal “Committee”; Preliminary Draft of a World Constitution (Chicago, 1948); infine la postuma Foundations of a World Republic (Chicago, 1953). A pensare alle richieste di frammentazione e di atomismo politico, di campanilismo dei nuovi tribuni del popolo. Di questo progetto con maggiore competenza e in modo più circostanziato ha discusso su questo giornale Valter Vecellio (2 novembre 2018). Il 22 ultimo a Palazzo Steri quel Sabino Cassese, ora Giudice Emerito della Corte Costituzionale, ha  tenuto sul tema del Disegno preliminare una lectio magistralis, nel seminario annuale della Società per lo studio della modernità letteraria.

Borgese con la seconda moglie Elisabeth, figlia dello scrittore Thomas Mann

Questa sua esperienza americana che egli definì “anni dell’egira” lo marchiò e ne fece per sempre un’anima dimidiata: «Ancora nulla di nuovo dalla mia situazione italiana. Continuo ad essere in quella strana posizione: coi piedi in America e con le mani scriventi in Italia» (Diario III, p. 50). Oppure: «Della Mia Vita Parte Seconda. Così mi vien fatto di pensare. Se hai te stesso, chi ti può mancare? Purché il te stesso sia in te, un Universale» (Diario III, p. 13). La nostalgia perenne della sua Polizzi negatagli da un’Italia mostruosamente sfigurata dal fascismo e più volte da lui ribattezzata «Benitalia» e «Mussolinia».

Ormai il suo destino sembrava volto ad un soggiorno definitivo. Nel 1938 ottenne la cittadinanza americana, nel novembre del 1939 divorziò da Maria Freschi e si unì in matrimonio con Elisabeth Mann, figlia del Thomas della Montagna incantata e del più noto La morte a Venezia. Nello stesso anno assieme al suo sodale politico Gaetano Salvemini, giunto nel 1827 e nel 1934 docente ad Harvard, fondò la Mazzini Society, guidata da Max Ascoli, che esplicitò una forte militanza intellettuale antifascista, con soci come Giorgio La Piana, professore alla Harvard University, Mario Einaudi, Giuseppe Lupis, Sforza, Alberto Cianca, Alberto Tarchiani, Arturo e Walter Toscanini e tanti altri. Si intendeva svolgere un’indagine sulle ragioni e le caratteristiche del fascismo, che consacrava la sua fama di oppositore al regime, conclusa nel 1937 con il testo più illuminante dell’ultimo Borgese: Goliath, The march of Fascism (Sciascia, «un libro di radicale importanza»). Sturzo, giunto per cure mediche, non aderì alla società perché «Io, cattolico, non posso mettere per insegna della mia attività il nome storico di un anticattolico, quali ne siano i meriti, che ho riconosciuto non da ora ma da tempo» (cioè Salvemini).

Voglio qui riassumere con qualche flash. la sua vita di “americano”, che ne adotta ad un certo momento anche la lingua. Polilinguismo e polisemia. L’immensa sua produzione di giornalista e politico, narratore di romanzi, novelle e libri di viaggio, poeta e commediografo (in linea con il suo antifascismo il libretto d’opera in poesia e in inglese, Montezuma), critico e saggista, è stata raccolta nel Fondo Giuseppe Antonio Borgese (consultabile online in Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche), donato poco dopo la sua morte dalla moglie Elisabeth Mann Borgese alla Facoltà di lettere dell’Università di Firenze. Comprende 73 contenitori di materiale manoscritto e a stampa, che includono in sei sezioni: una parte del carteggio, manoscritti di opere edite ed inedite, materiali preparatori per lezioni e pubblicazioni, diari (ben 15 in 5 volumi), agende, taccuini, ritagli di giornali.

«A New York ho trovato pioggia, caldo, un indicibile grigio; ma la città ha un suo fascino enorme a cui non mi sottraggo: e sto benissimo di corpo, e complessivamente molto bene di animo. A ciò contribuisce potentemente il sentimento di essere vicinissimo agli amici del cuore, a te in primissima linea, come se l’Atlantico fosse un rigagnolo (Lettere a Marino Moretti, pp. 150-151). Era la sua presa di possesso anche se governata dai mitologemi dell’esule. Perciò i repertori mitici a cui egli attinge sono quelli nei quali riesce maggiormente ad identificarsi, come le peregrinazioni di Ulisse in viaggio per Itaca e la solitudine del Filottete abbandonato a Lemno. Ma non mancano neppure i riferimenti all’egira di Maometto, alla relegatio di Ovidio a Tomi e, soprattutto, all’esilio dantesco. Davanti ad un paesaggio americano: «Il quadro che ho davanti ai miei occhi come l’avrei descritto tempo fa con parole ovidiane: omnia Pontus erat; deerant quoque litora ponto (Metam., I, v. 292)» (Diario II, p. 134).

Ma in effetti cosa rappresentò per lui l’”americano”? Era quell’uomo di Walt Whitman, il cantore della libertà, «One’s-Self I sing, a simple separate person, / Yet utter the word Democratic, the word En-MasseOf Life immense in passion, pulse, and power, / Cheerful, for freest action form’d under the laws divine, / The Modern Man I sing.», da opporre al Superuomo di Nietzsche (nell’Engadina del filosofo Tempesta nel nulla, 1931): «L’Uomo Comune. Egli è la vera sostanza dell’America, il suo senso, il suo futuro. Quest’essere, a primo aspetto insipido, distingue i due continenti più che la voragine di acqua salata. La cultura ottocentesca, da cui tutti deriviamo, in Europa mirò al Superuomo, in America all’Uomo Qualunque. Nietzsche fu l’europeo; Whitman l’americano (Atlante americano, p. 147).

Di immenso valore pertanto il volume fotografico di Luciano Schimmenti che sembra esaudire un cocente desiderio di Borgese:

«Ti avevo promesso da anni la stampa della mia città nativa, ed era troppo male che io mancassi alla parete dell’amicizia. Ma di Polizzi non ne potei trovare per quante ricerche facessi, e Palermo non mi andava. Ora t’ho fatto mandare da una libreria la stampa della mia città nativa; poiché qual è il vero luogo nativo? Quello dove s’è nati per fatto naturale e non nostro, o quello dove s’è rinati per fatto morale e nostro? Si può discutere (Lettere a Marino Moretti, p. 156).

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