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L’odissea tra Messico ed Ecuador di un artista italiano bloccato dal Covid-19

Renè Droghetti si preparava ad un concerto a Città del Messico col gruppo musicale MINIPONY e di colpo ha scoperto di non poter più tornare a Quito...

René Droghetti (Foto Wilson Bravo)

Renè, è un artista italiano che si è trasferito in Ecuador nel 2014, dove è impegnato in alcuni progetti musicali come El Karmaso, MINIPONY e TheHolyDJ. Nativo della Sardegna di famiglia ferrarese, ha passato l’infanzia a Santa Teresa di Gallura ed è figlio di Alberto Droghetti, storico sassofonista della band sarda dei Frizz/anti. Nel marzo scorso, il gruppo MINIPONY (di cui è direttore luci e visual) viene invitato a suonare al Hell & Heaven Festival a Città del Messico, uno dei più importanti festival metal in America Latina. Tutta la band, insieme ad assistenti, fotografi e tecnici – circa una decina di persone- parte alla volta di Città del Messico. Sabato 15 marzo, alle 3 del pomeriggio, la band si trovava nel camerino in attesa del furgone che li avrebbe condotti al palco principale del Festival. L’ansia per il concerto viene improvvisamente interrotta dai messaggi dei famigliari e degli amici dall’Ecuador: “Ragazzi, correte all’aeroporto, tornate indietro, stanno chiudendo le frontiere”. Terminato lo show, la band rientra in camerino per cercare di capire la situazione e reperire quante più informazioni possibili. “I cittadini all’estero hanno tempo fino alla mezzanotte di lunedì per rientrare, poi chiuderemo le frontiere aeree, terrestri e marittime” dice il Presidente. Scoppia il caos e inizia la corsa verso l’aeroporto, alcuni membri dello staff della band riescono ad arrivare a Quito con il volo di ritorno ma in molti casi i voli vengono soppressi. Altri ancora riescono a comprare i biglietti ad un prezzo altissimo su un volo charter.

Renè, che cosa è successo poi?

“Da lì in poi tutto prende i toni di una odissea, mi ritrovo a vivere con il nostro ingegnere del suono in Messico, cercando una soluzione per ritornare a casa. Un turbinio di gruppi di whatsapp, raduni all’ambasciata, certificati medici, liste di vulnerabilità, permessi e voli charter. Contatti di funzionari del consolato che girano tra le chat, comunicati e twit di denuncia come se piovessero, persino servizi sui tg nazionali. Molti compatrioti riescono a tornare a casa con voli charter, pagando circa il doppio di quello che costerebbe un volo commerciale di quel tipo, anche se il governo e i media pubblicizzano la cosa come un proprio successo, parlando di voli umanitari. Una presa in giro ovviamente. Con il risultato che la opinione pubblica ha finito per odiarci, pensando di star pagando voli umanitari a gente ricca in vacanza.
Così dopo 2 mesi passando da un appartamento all’altro, sono riuscito a mettere insieme i soldi per uno dei pochissimi voli disponibili, circa uno ogni 2 settimane, destinazione Guayaquil, una delle città più colpite al mondo.
Una volta arrivati a Guayaquil ci hanno lasciati ad aspettare circa 6 ore senza mangiare o bere, inclusi gli anziani, per fare a tutti una prova rapida di Covid prima di mandarci ai rispettivi hotel per la quarantena preventiva obbligatoria. Nell’attesa è nato un tafferuglio con i poliziotti e i dottori perché ci siamo accorti che non rispettavano le norme di sicurezza”.

Com’è stata la gestione della situazione da parte dell’Ambasciata?

“La gestione del governo è disastrosa, Ecuador risulta uno de paesi più colpiti, nella città di Guayaquil si registra l’abbandono di cadaveri in strada per mancanza di assistenza. I dati non sono mai chiari. Il governo sta approfittando dell’emergenza sanitaria e del coprifuoco per fare tagli enormi all’educazione pubblica, togliere il sussidio alla benzina (per cui si fece lo sciopero generale qualche mese fa), finanziare oltre modo le forze militari, e ha presentato la cosiddetta Legge Umanitaria, un pacchetto che prevede il taglio del 25% del salario minimo (attualmente poco meno di 400$) mentre alcuni altissimi dirigenti della sanità vengono accusati di intascarsi milioni di dollari gonfiando i prezzi delle forniture ospedaliere (es. body bag comprate a circa 150$ quando stanno sul mercato a 12$). Questo spiega perché dall’inizio ci hanno detto di non aspettare nessun aiuto, perché lo Stato non ha soldi, e non possono fare nulla. Ognuno veda come sopravviverà”.

Come stai vivendo questa situazione? Dove ti trovi in questo momento?

“Attualmente mi trovo a Guayaquil – Ecuador, chiuso nella stanza di un hotel aspettando che finisca l’isolamento obbligatorio e poter tornare a casa mia a Quito. Sono circa 7 ore di strada su un furgone affittato per l’occasione. Insomma sta finendo la mia personale odissea”.

Com’è invece la situazione Coronavirus in Messico?

“In Messico la situazione mi è sembrata tutto sommato tranquilla. Ovviamente negozi chiusi e pochissima gente in giro, il che da alla città con il peggior traffico del mondo un tono totalmente surreale. Molta polizia a controllare che si rispettino il distanziamento e le norme di sicurezza. Nessun coprifuoco, impossibile in una città sovrappopolata come questa, scoppierebbe l’anarchia, gli stessi narcos lo impedirebbero. Sarebbe un disastro. In generale non ho visto il panico generale e il malessere che si è visto in Ecuador o Italia.

Per concludere, consiglio a tutti di approfittare questo tempo per fare qualcosa di nuovo, studiare, creare, mantenere il cervello attivo. È innegabile quanto l’arte, la cultura e la creatività ci abbiano fatto sentire meno soli nell’isolamento. Abbiate cura di voi, torneremo ad abbracciarci sotto palco”.

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