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Immortalare l’irreparabile e il possibile a New York tra volti, marce e storie

Un viaggio nel mondo di Trump e un progetto per parlare di Hiv: intervista al fotografo Francesco Di Benedetto autore di "Trumpland" e "And so it happened"

Cartellone di protesta alla Women's March,16 novembre, New York. (Foto di Francesco Di Benedetto)

"Vorrei aprire il dialogo, far sì che il mio libro diventi uno strumento per abbattere dei muri. Quando potrò tornerò in Italia e scatterò anche lì. Il progetto sull'Hiv è nato per dare un messaggio positivo contro il timore e la paura".

Francesco Di Benedetto

Francesco Di Benedetto è un fotografo di origini calabresi che vive a New York da diversi anni, ha recentemente pubblicato due libri: Trumpland e And so it happened; il primo è un reportage realizzato alle origini della vittoria di Trump, il secondo narra la sieropositività e il farmaco PrEP.

Sei a New York dal 2012, è un tempo sufficientemente lungo per comprendere la cultura americana e cominciare a farsi delle domande, come ti sei relazionato al mondo newyorchese?

“Sono cresciuto una famiglia molto attiva politicamente, tutto ciò che riguarda le politiche sociali mi ha accompagnato nei miei anni di formazione in Italia. Trasferirmi a New York mi ha permesso di continuare a studiare ma anche di sviluppare una percezione molto più profonda del concetto di comunità. Ho frequentato due istituti molto prestigiosi: l’International Center of Photography di Manhattan e il Pratt Institute a Brooklyn. Abbracciare il mondo newyorchese ha inevitabilmente rafforzato le mie idee e la mia volontà di mantenermi attivo nella comunità LGBT. A New York mi sono trasferito con mio marito, e quando ci siamo sposati in Italia non era ancora possibile farlo, siamo arrivati fino in Norvegia e l’ho sempre considerato come un atto politico e rivoluzionario.

Qui le persone cercano il contatto, la condivisione, la collaborazione. Se mi chiedi la differenza culturale che ho trovato tra Roma (dove ho studiato) e New York, è proprio l’assenza di invidia o gelosia. Certo, qui esiste un forte senso di competizione ma ci si aiuta a vicenda se possibile”.

Tra le strade di Staten Island il giorno dell’elezione di Donald Trump (Foto: Francesco Di Benedetto)

Il tuo ultimo libro,Trumpland (2021), si divide in due parti: il 6 novembre 2016 presso Staten Island a caccia dei sostenitori di Trump, e la Woman’s March del 12 novembre, quindi pochi giorni dopo. Partiamo dal 6 novembre, è esagerato chiederti un collegamento tra ciò che hai fotografato quel giorno e i fatti di Capitol Hill?

“Sono andato a Staten Island come inviato del Gothamist insieme ad un collega giornalista, Raphael Pope-Sussman. Siamo arrivati in questo quartiere, consapevoli di mettere piede in un territorio a maggioranza repubblicana, con la convinzione che quella sera stessa avrebbe vinto Hilary. E’ stato come fare un viaggio nell’America del midwest, lo consideravo come un esperimento antropologico. E invece anni dopo, come hanno giustamente notato anche i due curatori della intro di Trumpland (Andrea Marinelli, Corriere della Sera, e Raphael Pope-Sussman, ex Gothamist), non è stato difficile ritrovare iconografie e simbolismi nella folla che ha assaltato Capitol Hill. Abbiamo visitato lo studio dell’artista di origini italiane Scott LoBaido, pieno di animali impagliati, pellicce, bandiere, corna. L’atmosfera che ci ha avvolto era quasi cinematografica, non è difficile cogliere un’identità caricaturale in alcuni sostenitori di Trump. Quando abbiamo intervistato due signore, era tangibile il loro sostegno politico sotto forma di religione, un estremismo quasi inquietante e difficilmente costruttivo”.

L’artista Scott LoBaido presso il suo studio a Staten Island (Foto: Francesco Di Benedetto)

Perché hai scelto un serpente come copertina del libro?

“Il motivo per cui ho scelto di mettere in copertina uno dei serpenti imbalsamati presenti nello studio, è perché lo consideravo anche allora come la premonizione di qualcosa di brutto. Ho vissuto in prima persona il cambio di presidenza, da Obama a Trump. E avevo ragione, il presentimento che ho percepito era reale rispetto a cosa è avvenuto dopo. Non ho mai sentito parlare così tanto negli Stati Uniti di morte e violenza come in questi quattro anni, riferendomi ovviamente alla mia permanenza. Pensa al Black Lives Matter, ai problemi con l’immigrazione. Io stesso, essendo parte della comunità LGBT, avevo una gran paura che venissero toccati i nostri diritti”.

Serpente imbalsamato nello studio di Scott LoBaido, Staten Island (Foto: Francesco Di Benedetto)

Cosa hai provato navigando nel fiume della Woman’s March?

“La Woman’s March è stata liberatoria per me, dopo lo shock del risultato delle elezioni. Dal 2012 non avevo mai visto una manifestazione politica di quelle dimensioni, mi ha quasi rassicurato, ho pensato “le persone reagiranno, ci sarà una resistenza da qualche parte”. E’ stato così in parte, abbiamo visto il risorgere di tanti movimenti grassroots, forti figure femminili in politica come Alexandria Ocasio-Cortez, che qui è vista come una sorta di eroina della comunità. New York è quello che si vede in quelle foto, è fatta da persone che vengono da tanti posti diversi. Anch’io da italiano sono un immigrato, ma nonostante le differenze culturali qui puoi sentirti a casa. Ed è questo sentimento che molti si sentono di difendere. Durante la presidenza di Obama ci fu un ordinamento a favore e in difesa delle persone transessuali nell’esercito. Nel 2017 Trump fece un passo indietro”.

Durante la manifestazione Women’s March,16 novembre, New York. (Foto: Francesco Di Benedetto)

Nelle tue fotografie del 12 novembre ci sono associazioni culturali molto forti: una persona che tiene in mano una foto del Dottor King, un cartello contro a fascist America, revisioni dello slogan di Trump come make America kind again.

“Sì, potevi percepire un grande senso di unione sociale e ottimismo. C’erano persone di colore, asiatiche, musulmani, donne…”.

Come se le minoranze insieme fossero la maggioranza?

“Sì, esattamente”.

A proposito di temi sociali. Ci spostiamo sul tuo precedente lavoro And so it happened (2021), una raccolta fotografica supportata da un forte storytelling. Volti di persone risultate positive all’Hiv scorrono una dopo l’altra, accompagnate da una didascalia biografica. Ci inoltriamo in un terreno intimo, dove chi guarda entra subito in confidenza con il tuo lavoro. Da dove hai cominciato?

Copertina del libro And so it happened (2021)

“Durante uno dei miei viaggi a Roma, ho incontrato un amico che mi ha confessato di essere sieropositivo. Mi si è aperto un mondo. Parliamo della capitale d’Italia, ma l’ambiente è negativo, non c’è sufficiente volontà di uscire dal tabù della malattia e gli atteggiamenti discriminatori ti impediscono di vivere in maniera serena.

Con il libro And so it happened volevo rappresentare la varietà di persone, per esperienza e per età. L’Hiv è più diffuso tra gli uomini che le donne, ma ci ho provato lo stesso. Far parte della comunità LGBT mi ha aiutato, ma ho dovuto comunque contattare delle associazioni, per esempio ho conosciuto Dana e Maria tramite Positive Women’s Network. L’altra via è stata scaricare le app per incontri, ho creato un profilo specifico per il progetto con la copertina del libro e una spiegazione delle mie intenzioni. A chi era interessato mandavo un form per farmi lasciare i contatti”.

Nelle app è possibile segnalare se si è sieropositivi?

“Sì, non è obbligatorio ma puoi farlo. Tra i filtri le persone possono inoltre scrivere se assumono la PrEP, ovvero il farmaco preventivo per evitare di contrarre il virus dell’Hiv e poter avere rapporti sessuali più sicuri”.

In base alla tua esperienza, potresti fare un confronto sui pregiudizi in termini di sessualità tra Usa e Italia?

“Negli Stati Uniti, precisamente in città come New York, Boston, San Francisco, negli ultimi anni c’è stato un grandissimo cambiamento. In parte proprio per l’arrivo della PrEP (dal 2012). Vorrei aprire il dialogo, far sì che il mio libro diventi uno strumento per abbattere dei muri. Quando potrò tornerò in Italia e scatterò anche lì. Forse non è stato chiaro dall’inizio delle mie risposte, ma questo progetto sull’Hiv è nato per dare un messaggio positivo contro il timore e la paura, motivo per cui parlo anche dell’importanza della PrEP”.

Nicholas, dal libro “And so it happened” (Foto: Francesco Di Benedetto)

Recentemente Biden ha firmato per reintrodurre l’Obamacare, chiarendo l’urgenza di un’assistenza sanitaria e sicurezza per tutti, questo messaggio è stato anche condiviso e acclamato dalla UNAIDS (Il Programma delle Nazioni Unite per l’HIV e l’AIDS).

“L’assistenza sanitaria è un argomento molto complesso, posso dirti che qui la PrEP qui è distribuita gratuitamente, c’è molta pubblicità, certo bisogna sempre fare informazioni nel modo giusto ma questa è già di per sé una gran cosa”.

E’ da poco trapelata la notizia di un vaccino anti-Hiv con una risposta anticorporale del 97%, sviluppato nel laboratorio Iavi. Il direttore esecutivo dell’area vaccini, William Schief, ha presentato i risultati alla conferenza della International Aids Society Hiv Research for Prevention. Iavi e Scripps Research (di cui Schief è docente e immunologo) stanno collaborando con la società di biotecnologie Moderna per sviluppare e testare un vaccino a base di mRNA, che sfrutti l’approccio per produrre le stesse cellule immunitarie benefiche (ovvero l’Rna messaggero usato anche per il vaccino anti-Covid). L’utilizzo della tecnologia mRna potrebbe, secondo gli studiosi, accelerare in modo significativo il ritmo dello sviluppo del vaccino contro l’Hiv. Credi sia merito del covid se stiamo tornando a parlare di questo?

“Io non credo che il covid abbia oscurato l’Hiv, anzi forse parlare di vaccini ci ha ricordato l’importanza della ricerca. In Italia forse è diverso, ma qui per esempio abbiamo Anthony Fauci (immunologo statunitense), che da sempre si occupa di Hiv e AIDS. Culturalmente non siamo più sommersi dai tabù e si continua sempre a lottare per la normalità”.

Maria, dal libro “And so it happened”. (Foto: Francesco Di Benedetto)

Progetti futuri?

“Sicuramente And so it happened non è ancora finito. Sto frequentando un Master in Social Work, voglio capire ancora di più le dinamiche della società americana, unire la mia storia personale e le mie aspirazioni fotografiche”.

Il progetto di Francesco di Benedetto ha un profilo social @andsoithappened.theproject

Ve ne consiglio la visione, la lettura, ma soprattutto la condivisione. Ciò che sembra irreparabile, diventa una possibilità per contribuire ad un miglioramento sociale necessario.

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