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Rete Rosa: l’unione delle donne italiane che vogliono fare carriera negli Stati Uniti

L'intervista a Elisabetta Ghisini sul progetto tutto al femminile per le professioniste che cercano con le loro capacità di farsi strada negli USA

Rappresentanti del Comites a San Francisco

Elisabetta Ghisini, presidente dei COMITES di San Francisco, ha trent’anni di esperienza nel campo della comunicazione e del corporate marketing; attualmente CMO di ContinuumLab.ai, ha insegnato alla Hult International Business School e ha alle spalle anche un’esperienza di leadership in BAIA, la Business Association Italy America. Ha fondato da poco Rete Rosa, insieme ai COMITES di San Francisco.

Elisabetta Ghisini

Come è nata l’idea di Rete Rosa e di cosa si occupa?

“L’idea è nata da un’esperienza molto personale, ovvero dalla constatazione che la maggior parte dei panel e dei dibattitti nella comunità italiana erano dominati da professionisti uomini; tutti molto qualificati, certamente, ma altrettanto qualificate erano le moltissime professioniste donne che troppo spesso venivano invitate come ospiti ma non come relatrici. Ho pensato quindi fosse venuto il momento di dare loro voce e visibilità creando un database al quale le autorità italiane come Consolato, Ambasciata, e MAE potessero attingere. Inoltre, per quanto già esistessero diversi gruppi sociali dedicati a donne italiane, mi ero accorta che nessun forum affrontava esplicitamente tematiche rilevanti per le professioniste italiane negli USA. L’iniziativa ha poi preso forma come un progetto del COMITES di San Francisco, con il supporto del Console Generale Lorenzo Ortona e del dott. Giovanni Maria de Vita del MAECI, che ringrazio per il loro supporto”.

Perché crede sia importante fare “rete” fra donne italiane che lavorano o cercano lavoro?

“Perché le professioniste italiane all’estero affrontano problematiche distinte da quelle dei loro colleghi uomini. Certamente alcuni temi sono in comune, ma il tema della leadership è diverso per uomini e donne. Come si arriva all’apice della carriera? Come si comportano le donne di successo nel mondo professionale? Quali tratti sono più o meno apprezzati? Quale difficolta sono più o meno diffuse? Qual è la ricetta per il successo per professioniste che lavorano all’estero? Questo cambia molto in base al sesso, come ho potuto constatare in una ricerca universitaria che conduco da un paio di anni. Quindi “fare rete” è importantissimo se non altro per confrontarsi su questi temi e trovare spunti preziosi dall’esperienza di “colleghe”. Ma non dimentichiamoci che è importante anche perché, in un mondo del lavoro ancora in parte dominato dai cosiddetti “old boys’ networks”, è fondamentale creare altri network che favoriscano la crescita professionale femminile”.

Dalla California la Rete Rosa già si è allargata ad altri Stati? Qual è il vostro obiettivo?

“L’obiettivo è quello di un’espansione sia nazionale che internazionale. Ovviamente dovremo procedere gradualmente, visto che il nucleo operativo di Rete Rosa è piccolo e volontario. Il primo passo sarà l’espansione a Seattle e alla California del Sud, contando sull’ aiuto del COMITES di LA; il secondo passo sarà la diffusione sul territorio nazionale USA, con la speranza che ci siano professioniste interessate a portare avanti questa iniziativa nei loro stati di residenza. Comunque abbiamo già allacciato dei rapporti con l’Italia e contiamo di continuare grazie ad eventi congiunti. Sulla scia dell’esperienza di network americani puramente femminili di grande successo – quali Expatwoman, American Business Women Association, The Guild -la nostra speranza è che Rete Rosa favorisca l’integrazione e il riconoscimento delle professioniste italiane. Se avrà successo, questa esperienza potrà facilmente essere estesa anche ad altre zone della circoscrizione consolare, e oltre. Siamo anche aperte alla collaborazione con altre organizzazioni, storiche o di nuova costituzione. Chiunque voglia sostenere questo progetto è benvenuta/o!”.

I membri del Comites

Quanto crede nella solidarietà femminile e nella forza delle donne? 

“Ci credo moltissimo. La solidarietà femminile è sempre stata uno dei punti cardinali della mia vita professionale e personale. Il caro vecchio detto che ‘si fallisce da sole, ma si ha successo insieme’ è molto vero secondo me: ho sempre apprezzato le amiche e colleghe che mi hanno incoraggiato, e ho sempre cercato di aiutare e spronare le donne che mi circondano. Ora finalmente le caratteristiche tipiche della leadership al femminile – come empatia, collaborazione e consenso – sono apprezzate e considerate tratti auspicabili in leader di qualsiasi sesso o orientamento”.

Quanti eventi avete organizzato fino ad ora (online causa pandemia) e quali sono stati i temi trattati?

“In dieci mesi abbiamo organizzato sei eventi. Tutti gli eventi sono stati online, perché purtroppo la pandemia non ha consentito altro. La primavera scorsa eravamo pronte ad un evento di lancio, che poi abbiamo rimandato a giugno. Ma ci siamo rese conto velocemente che l’unica modalità fattibile era quella di spostare i nostri incontri online. Comunque, anche via zoom le conversazioni sono state molto stimolanti: abbiamo discusso di competitività femminile con Alessandra Cassar, Professor of Economics a USF; del ruolo dei Media come arma a doppio taglio per donne in politica con Lucina di Meco e Valeria Fedeli; del mondo della cultura come specializzazione lavorativa per donne; di come la pandemia ha cambiato le regole del gioco in termini di selezione professionale con Elena Rodighiero. In programma ora ci sono altri eventi sul tema della discriminazione sessuale sul posto di lavoro negli USA, e su come gestire le transizioni professionali. Tutti gli eventi sono visionabili sul nostro sito”.

Come si concilia lavoro e famiglia nella sua esperienza personale? 

“È un equilibrio indubbiamente molto delicato. Ci sono stati momenti nel corso della mia vita in cui lavoro e famiglia sono risultati inconciliabili… infatti, quando i miei figli erano piccoli ho scelto di prendermi una pausa lavorativa per alcuni anni, con grande sorpresa di tutti coloro che mi conoscevano. Reinserirmi in una posizione simile a quella che mi ero lasciata alle spalle non è stata una passeggiata. Penso ogni situazione sia diversa (la mia era complicata da problemi di salute), ma in generale si tratta di un equilibrio utopistico senza il supporto dell’azienda e della società. Negli ultimi vent’anni sono cambiate molte politiche aziendali, o meglio le aziende sono passate dalle parole ai fatti, e finalmente forse qualche motivo di speranza esiste. Ma la parità di genere è ancora un’illusione a mio avviso. Basti pensare che un recente studio di Harvard Business School rivela che, se al momento della laurea tutti gli studenti hanno le stesse aspettative professionali, dopo pochi anni più del 30 delle ex-studentesse hanno già ridimensionato i propri obiettivi”.

Donne sul posto di lavoro (pixabay)

È difficile per una donna italiana trovare un lavoro ben retribuito negli USA? 

“Non credo sia più difficile per una donna italiana, penso piuttosto che sia complesso per chiunque si trasferisce qui dall’estero. Molto dipende dalle qualifiche accademiche e dall’esperienza precedente, e spesso i titoli italiani non vengono riconosciuti negli USA. Inoltre, chi non ha frequentato un’università americana non può accedere ai network di ex alunni formali e informali, preziosissimi per la ricerca di un nuovo lavoro. Per questo i network cosiddetti “etnici”, come per esempio Rete Rosa, assumono particolare importanza. Infatti, è dimostrato che a parità di qualifiche o di esperienza, spesso vengono privilegiati i candidati americani, indipendentemente dal sesso, perché la loro assunzione è più semplice dal punto di vista burocratico. Molto dipende ovviamente dai settori, ma anche in settori STEM, che di solito offrono più possibilità, è risaputo quanto sia difficile per una donna farsi strada. Il mito del ‘lean in’ -come il titolo del famoso libro di Sheryl Sandberg, COO di FB – è stato ormai sfatato e tutti sappiamo che è il mondo del lavoro è meno premiante per le donne che per gli uomini. La pandemia poi è stata un colpo quasi mortale per le professioniste con figli piccoli. Però, io noto che la perseveranza paga, e in genere le donne ne hanno da vendere! La mia speranza è che in un mondo dove la flessibilità culturale sta diventando un’arma vincente, le professioniste italiane siano sempre più ricercate”.

Quali sono le differenze che nota fra la condizione delle donne in Italia e negli USA? 

“Io vivo e lavoro a San Francisco dal 1995, quindi è possibile che non abbia un quadro preciso della condizione femminile attuale in Italia. Tuttavia, in base alla mia esperienza, anche se a parole si pensa spesso a due pianeti diversi, nei fatti la realtà non è molto diversa. Basti pensare che negli USA il lavoro femminile è tuttora retribuito al 89% rispetto all’equivalente lavoro maschile, e che il mondo hi tech soffre di un sessismo estremo, come si legge su tutti i giornali. Solo l’8% dei CEO di aziende statunitensi è una donna, e solo il 20% dei posti nei Consigli di Amministrazione è occupato da donne. Abbiamo ancora molta strada da percorrere. Penso che le Quote Rosa abbiano aiutato molto in Italia, come sta aiutando adesso una nuova legislazione Californiana che impone che ci sia almeno una donna nel Consiglio di Amministrazione di aziende pubbliche”.

Differenza salariale tra uomini e donne (dati tratti dal Gender Gap Report 2017 di JobPricing)

È anche la presidente dei COMITES di San Francisco, quali sono gli altri progetti che sono venuti alla luce negli scorsi anni?

“Oltre a Rete Rosa, il COMITES di San Francisco ha realizzato progetti bellissimi negli ultimi anni. Per citarne alcuni: un documentario sulla nuova immigrazione nella Bay Area, un libro fotografico sugli italiani di spicco nella Silicon Valley; un programma di formazione di studenti e insegnanti che sostengono l’esame AP (antesignano della didattica a distanza), una serie di podcast intitolato “Letters to Italy” che documentano l’effetto della pandemia sulla comunità italiana, un almanacco online della Storia degli Italiani in California in collaborazione con la San Jose Italian Heritage Foundation e, infine, una conferenza annuale intitolata “Every Child” dedicata alla didattica inclusiva per bambini con diversità di apprendimento, fiore all’occhiello del sistema educativo italiano”.

Come si accede a Rete Rosa e chi può iscriversi? 

“Qualsiasi professionista italiana residente negli USA può iscriversi a Rete Rosa purché sia interessata a crescere professionalmente e a discutere di temi legati alla leadership al femminile. L’iscrizione è semplice sul nostro sito. Per quanto il network sia stato inizialmente concepito per la zona di San Francisco, ora le attività si svolgono esclusivamente online e quindi sono fruibili da chiunque indipendentemente dal luogo di residenza. Certo, speriamo di raggiungere presto una dimensione più personale e dal vivo, quindi alcuni eventi saranno necessariamente più “local”. Ma siccome l’unione fa la forza, invito tutte a iscriversi!”.

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