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Savin Mattozzi, figlio di emigrante in America, torna a Napoli per scrivere di Sud

Incontriamo uno dei pochi casi di "immigrato di ritorno": giornalista nato a New York e figlio di un napoletano che un giorno decide che deve tornare alle radici

di Mario Messina

Savin Mattozzi a Napoli

«È la terza volta che mi cambiano il volo a causa della pandemia. Spero sia anche l’ultima». Savin legge e rilegge i dati del viaggio aereo che il prossimo giugno lo porterà da Napoli a Boston, Massachusetts.

Nato a Brooklyn e cresciuto a Portland, nel Maine, Savin Mattozzi non torna a casa da quasi due anni. «Ero convinto di tornare dai miei la scorsa estate. Poi però è arrivata la pandemia».

Giornalista freelance e appassionato di storia dell’Italia meridionale, Savin è uno dei pochi casi italiani di “immigrati di ritorno”. Forse l’unico.

Domenico, il padre, lasciò Napoli nel 1983 per trasferirsi negli States. Nell’ottobre del 2019 il figlio decise di ripercorrere la sua stessa strada ma al ritroso.

«Quando spiegai a mio padre che avevo intenzione di andare a Napoli con un biglietto di sola andata – spiega Savin – lui rimase a dir poco spiazzato. Non riusciva a capire. Infondo era andato a vivere negli Stati Uniti per permettere ai suoi futuri figli un futuro migliore e ora uno di loro voleva trasferirsi proprio nella stessa città che lui aveva lasciato anni prima».

Erano gli anni delle lotte di camorra e della ricostruzione post-terremoto dell’Irpinia. «Mio padre, che da poco si era laureato all’Accademia delle belle arti, decise di seguire in America una ragazza che aveva conosciuto qui a Napoli e che poi diventò la sua prima moglie. A 26 anni si trovò a vivere a New York, lavorando qui e lì come restauratore. Soltanto anni dopo, all’inizio degli anni ’90, conobbe mia madre».

Bonnie Mattozzi, assicura il figlio, è la tipica newyorkese di origine ebraica: «Dal modo di comunicare e dall’accento capisci subito da dove viene. Ma il meglio di sé lo da quando si arrabbia e inizia a parlare come Marisa Tomei».

Domenico e Bonnie si sposarono nel 1993 a Brooklyn dove due anni dopo nacque Savin ma già nel 1997 si trasferirono a Nord dove decisero di aprire una propria attività.

«Il Maine – spiega Savin – all’epoca era etnicamente molto omogeneo. Non sono mai stato discriminato apertamente per le mie origini però non mi sentivo totalmente parte della comunità. Eppure volevo esserlo. Tanto che a 8 o 9 anni dissi a mio padre di non voler più parlare in italiano perché volevo essere più americano. Quello evidentemente era un tasto dolente perché mio padre smise davvero di parlarmi in italiano e cominciò a farlo di nuovo solo quando avevo 21 anni».

Savin Mattozzi

Intanto Savin si era trasferito a Cincinnati, in Ohio, per studiare alla Xavier University. Fu proprio al college che scoprì la passione per il giornalismo che lo portò a un anno dal diploma, nel novembre 2018, al suo primo viaggio di lavoro in Italia durante il quale scrisse un articolo sul culto dei morti a Napoli per il National Geographic.

Poi di nuovo del 2019 per raccontare per Al Jazeera la comunità islamica di Palermo. Fu questo ultimo viaggio a cambiare le cose.

«In quell’occasiona ebbi la possibilità di viaggiare molto: Sicilia, Calabria, Napoli, Roma, Torino. E raccolsi pagine e pagine di appunti su storie del Sud Italia che avrei voluto raccontare. Mi resi conto che continuare a fare avanti e indietro dagli States era economicamente insostenibile ma soprattutto che quelle erano storie che necessitavano una conoscenza profonda. Non potevo venire qui per pochi giorni, raccogliere il materiale e andarmene di nuovo».

Alla fine dello stesso anno Mattozzi si trasferì a tempo indeterminato a Napoli. Dove trascorse il periodo del lockdown.

«Era tutto così strano. Fu un brutto periodo, ero preoccupato per me ma anche per i miei che erano dall’altra parte del mondo e sapevo che prima o poi la pandemia sarebbe arrivata anche lì. Però fu anche l’occasione per capire davvero questa città e il modo in cui i napoletani si prendono cura gli uni con gli altri».

Savin racconta che durante il lockdown si affacciava spesso al balcone – l’unico modo per prendere un po’ d’aria – e fu lì che conobbe la sua dirimpettaia. «La tipica zia napoletana. Viveva nel palazzo di fronte al mio. Iniziò a parlarmi, a chiedermi come stavo, se avessi bisogno di qualcosa sottolineando che per qualsiasi esigenza potevo contare su di lei perché, diceva con un sorriso sornione, non si sarebbe mossa da casa. Poi c’è tutta la storia dei “panari sospesi” in cui chi poteva lasciava generi di prima necessità da donare a chi era in difficoltà economica».

«Queste sono cose che raccontano molto di questa città. Una città povera, difficile. Piena di contraddizioni. Però è una città che fa comunità. Non esiste posto migliore per un giornalista freelance alla ricerca di storie da raccontare».

Ma credere che la decisione di Savin di trasferirsi e restare a Napoli fu dettata solo dall’utilità professionale sarebbe un errore. Dietro quella decisione c’è molto altro.

«Nei primi due viaggi prima di trasferirmi definitivamente mi resi conto di due cose. La prima, è che il racconto dell’Italia meridionale che si riduce ai soli due elementi, “mafia e cibo squisito”, è una narrazione che non rende giustizia alla terra delle mie radici. E questo mi fa male».

«La seconda – continua il giornalista – è legata alla Questione Meridionale. Raccogliendo informazioni per una storia che stavo seguendo mi resi conto che nella storia di questo Paese ci sono dei grossi buchi, soprattutto nel periodo dell’unificazione. Ciò che accadde nel 1861 ha avuto delle ripercussioni di lungo periodo di cui pochi hanno davvero consapevolezza. So che non sarò certo io a risolvere la Questione Meridionale, ma voglio restare qui per studiarla e raccontarla con una lente diversa da chi lo fa da anni. Voglio dare il mio contributo»

«Onestamente – conclude – credo che sia mio dovere. Lo sento quando cammino nei vicoli in cui vissero i miei antenati. Quando tocco le pietre dei palazzi in cui vissero i miei progenitori. È mio dovere restare a Napoli e fare la mia parte. Perché questa città, per la prima volta nella mia vita, mi ha fatto sentire parte di una comunità. È questo il posto a cui appartengo».

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