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Bring US Home contro il Travel Ban, la spada a doppio taglio che ferisce gli italiani

Un trio di voci che ha fondato una community digitale per gli expats che da quasi due anni vivono uno stato di angoscia, costretti a scegliere tra lavoro e famiglia

"...il pensiero più grande è essere soggetti a questa limitazione da quasi due anni senza una prospettiva di cambiamento, senza un orizzonte temporale e senza che questo sia ritenuto un problema da parte del governo italiano e dall’opinione pubblica italiana. La motivazione scientifica alla base del Travel Ban è ridicola dal momento che americani non vaccinati possono entrare in Europa, e nonostante questo è l’unica fornita a livello diplomatico..."

Estate: tempo di mare, montagna e campagna. Insomma, all’aperto, alla scoperta di nuovi posti e di momenti di relax. Purtroppo, a causa del COVID-19, questa è stata invece probabilmente una delle stagioni più difficili e complicate per gli italiani all’estero, soprattutto per quelli negli Stati Uniti. Infatti, salvo alcune eccezioni, la maggior parte dei lavoratori italiani non sono potuti tornare in Italia, come anche molti italiani non sono potuti entrare negli USA per ricongiungersi con parenti, amici e figli. 

Il Travel Ban è ancora una spada a doppio taglio: le conseguenze di rilievo che toccano agli Americani non sono le stesse degli Europei. Un cittadino americano può tranquillamente viaggiare, mangiare, scattere foto e passeggiare nel nostro Paese, ma un cittadino italiano non può prendere un aereo e tornare a casa. A meno che non si voglia rischiare di rimanere bloccati nella propria nazione e perdere l’eleggibilità del proprio visto, gli immigrati europei provenienti dall’area Schengen e le persone dall’Inghilterra, Cina, Sud Africa, India, Brasile ed Iran non possono viaggiare fuori dagli Stati Uniti.

La salute mentale ed emotiva delle persone affette da questo regolamento sono entrambe delicate in questo momento. Le ansie di non riuscire a vedere la propria famiglia, la paura di perdere il lavoro, di non rinnovare i propri documenti e di perdere una vita che si è costruita fuori dalla madrepatria, sono preoccupazioni che migliaia di italiani stanno vivendo in questi mesi. Per questo motivo, un trio dinamico e positivo fatto da Francesca, Bruna e Federica ha dato vita a BringUS Home. 

Immagine Gerd Altmann/Pixabay

BringUS Home è una community digitale che porta informazioni riguardo al Travel Ban per gli italiani e fra gli italiani. E’ lo spazio dedicato agli italiani che vivono questa situazione di disagio fra le lore dimore in USA e in Italia. Rende gli utenti non solo informati, ma funge anche da ponte di emozioni e sentimenti, rendendoci tutti un po’ più vicini.

Quando è nato il progetto e come avete intenzione di svilupparlo?

“Il progetto è nato a inizio Luglio dopo la comunicazione che gli Americani o i green card holders potevano entrare per turismo in Europa mentre noi europei, bloccati dentro e fuori dagli stati uniti dall’inizio della pandemia non abbiamo avuto la stessa fortuna; – ci spiega Francesca. – Davanti alla mancata reciprocità tra USA e UE e al culmine della nostra frustrazione abbiamo pensato che fosse inutile continuare a scrivere a giornali e politici come singole persone ma che era necessario raccogliere più gente possibile nella stessa situazione per fare ‘massa critica’ e riuscire a farci sentire”.

Quali sono le frustrazioni più grandi che avete dovuto affrontare da quando il travel ban è stato messo in atto?

Francesca: “Ovviamente il pensiero più grande è essere soggetti a questa limitazione da quasi due anni senza una prospettiva di cambiamento, senza un orizzonte temporale e senza che questo sia ritenuto un problema da parte del governo italiano e dall’opinione pubblica italiana. La motivazione scientifica alla base del Travel Ban è ridicola dal momento che americani non vaccinati possono entrare in Europa, e nonostante questo è l’unica fornita a livello diplomatico.

Bruna Corradetti (in verticale a sinistra), Federica Giordano (seduta con i pantaloni rossi) e Francesca Taraballi (in alto a destra con lo zaino).

Nelle poche settimane di vita di BringUShome abbiamo avuto la possibilità di raccogliere centinaia di testimonianze di persone che sono dovute rincasare per motivi gravi e sono rimaste bloccate fuori dagli Stati Uniti e conseguentemente licenziate o minacciate di licenziamento per colpa di un provvedimento inadeguato e troppo aleatorio. Il travel ban è un provvedimento imperfetto e come tale soggetto a molti paradossi nella sua applicazione. Situazioni identiche sono state gestite in modo completamente diverso da altri paesi. I consolati e le ambasciate su suolo italiano lavorano a loro discrezione, con tempistiche ed esiti del tutto arbitrari. Gli avvocati stessi non trovano informazioni e anche per questo che abbiamo pensato di raccogliere a campione le esperienze di molti per provare a trovare una correlazione (da buone scienziate) tra le storie e cercare delle soluzioni alternative. Identificare il consolato che sbriga pratiche di rilascio di visti in maniera più efficiente, individuare il paese terzo più comodo/economico, etc….”.

A livello di visibilità, sentite lo stesso livello di supporto da parte degli italiani in America e dagli italiani a casa?

Francesca: “In entrambi i casi la visibilità è veramente misera. I giornalisti e le televisioni che abbiamo contattato non erano al corrente della situazione e in alcuni casi, almeno all’inizio, erano restii a parlarne. Ora si è iniziato a parlarne, ma spesso ci accorgiamo che la ricerca della notizia strappalacrime vince sulla possibilità di sfruttare la comunicazione come un mezzo attraverso il quale aprire un dibattito e diffondere la consapevolezza di quello che stiamo vivendo, in modo da cercare soluzioni pratiche che possano funzionare. La cosa buona è che siamo riuscite a trovare i canali giusti per cominciare a parlarne, cosa che ci ha dato forza e voce (che era quello che cercavamo), ma non crediamo sia abbastanza”.

I vostri sogni e sentimenti nei confronti del Paese a stelle e a strisce sono mutati?

Federica: “Personalmente io vivo negli Stati Uniti da molto tempo, ho la mia famiglia qui, non credo di condannare per questo gli Stati Uniti, ma piuttosto l’attività diplomatica che si dimentica troppo frequentemente di noi immigrati, se non quando veniamo comodi”.

Bruna: “Io prima della pandemia mi dividevo tra gli Stati Uniti, Regno Unito e Italia per motivi di lavoro e famiglia. Il travel ban mi ha costretto a vivere 8 mesi nel Regno Unito in cui mi trovavo a marzo del 2020 per motivo di lavoro e oggi a non poter svolgere la mia attività lavorativa appieno oltre che a tenermi lontana da famiglia e affetti. La solitudine che questa situazione impone, così come l’impossibilità di svolgere il mio lavoro appieno, ha certamente modificato l’ordine delle mie priorità. Il sogno americano non è mai stato semplice da realizzare, oggi richiede un sacrificio enorme”. 

Il Travel Ban blocca ancora gli italiani – unsplash.com

Con la speranza che questa legge (insieme alla pandemia) venga eliminata, che cosa vorreste fare con le pagine Facebook, Instagram e Twitter? Magari convertirle in degli spazi multimediali per gli expats?

Francesca: “Esattamente. BringUShome raccoglie individui con le esperienze più disparate nel paese a stelle e strisce, eppure più interagiamo con loro e più ci rendiamo conto del fatto che realizzato che condividiamo un background di aspettative e valori e che la possibilità di raccontarci e condividere ha un grande potere. Al di là dell’emergenza travel ban che rappresenta oggi una causa comune, sono molte le dinamiche a cui va incontro un italiano che espatria in USA e pochi sono gli strumenti da utilizzare per rendere la transizione tra i/le due paesi/culture semplice. Abbiamo visto che una rete di expat invece può servire come aiuto per i nostri connazionali e che condividere esperienze riconoscibili aiuta molto più delle indicazioni fornite dagli organi vigenti. Sicuramente, una volta passata l’emergenza Travel Ban la pagina BringUShome manterrà le sue caratteristiche di comunità di Expats volenterosi di supportarsi a vicenda in modo da rendere più semplice la transizione e la vita in USA”.

 

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