Cerca

TravelTravel

Commenti: Vai ai commenti

Ritorno a Red Hook, dove Brooklyn poteva essere la New York di una volta

Quando andai la prima volta a Red Hook era davvero così, vecchia e un po’ desolata. Il richiamo era così forte che son tornato per scriverne: era già diversa

Una strada di Red Hook (Foto Andrea Camillo)

In strada ho incontrato altre persone, chiaramente dei turisti, e ho sentito uno sciocca sensazione di profanazione... Sul tragitto verso casa ho provato una delusione pungente. Avevo rovinato qualcosa di bello o avevo semplicemente frainteso? Qual era la vera Red Hook, quella di quel giorno o quella della volta precedente, così magica ma inesorabilmente lontana? Volevo raccontare del mio innamoramento e mi ritrovavo tra le mani l’amarezza di un tradimento, senza sapere se io fossi il tradito o il traditore

Uno dei nuovi moli a Red Hook (Foto Andrea Camillo)

Sono stato a Red Hook la prima volta qualche settimana fa.

“Che ci vai a fare?” mi aveva detto qualcuno. “Non c’è niente, laggiù. È lontano”.

In effetti, per andarci devi avere una motivazione particolare, essendo uno dei pochi quartieri di New York che non si possono raggiungere in metropolitana.

Cos’è Red Hook?

Il quartiere si trova a Brooklyn e prende il nome dall’antico villaggio di Roode Hoek, stabilito qui dai coloni olandesi già nel 1636 e chiamato così per il colore rosso del terreno argilloso (hoek in olandese significa “punto”, o “angolo”). È sempre stata un’area tosta in cui vivere, eppure tra gli anni Venti e Sessanta del Novecento qui si trovava il porto mercantile più trafficato del mondo. Il declino cominciò con l’impiego dei container, che spostò la maggior parte dell’attività in New Jersey e lasciò gran parte degli scaricatori della zona senza lavoro. La costruzione dalla Gowanus Expressway nel 1946 e del Brooklyn Battery Tunnel nel 1950, poi, disegnò un taglio netto che divise il quartiere dal resto di Brooklyn, contribuendo al suo isolamento. Negli anni Novanta, la rivista Life definì Red Hook come il peggior quartiere degli Stati Uniti e, proprio quando l’area stava dando segnali di rinascita, nel 2012 venne pesantemente danneggiata dall’Uragano Sandy.

Red Hook (Foto di Andrea Camillo)

Forse è stato proprio questo isolamento, quasi si trattasse di un posto di frontiera, a spingermi verso Red Hook. Ne avevo sentito parlare nelle preziose pagine di Paolo Cognetti New York è una finestra senza tende (Laterza 2010) ed ero curioso di capire cosa ci fosse laggiù. Per arrivarci c’è praticamente un solo modo, se non si ha la macchina o si è troppo lontani per camminare, ovvero prendere l’autobus B61. Sono salito a Borough Hall e mi sono fatto portare lungo strade strette e deserte che non avevo mai sentito nominare. Guardavo fuori dal finestrino e vedevo il porto, insegne vecchie, costruzioni di mattoni rossi. Scendendo, l’odore forte del mare portato dal vento mi ha colto di sorpresa, perché a New York ci si dimentica di essere in una città di mare, non sentendone mai il profumo.

La Statua della Libertà vista da Red Hook (Foto di Andrea Camillo)

Trascorsi qui un pomeriggio fantastico e surreale, avvolto da un’atmosfera fuori dal tempo, dove niente di ciò che vedevo sembrava finto o minimamente compiaciuto. Red Hook era davvero così, vecchia e un po’ desolata. Andai a guardare il tramonto sul Valentino Pier, godendomi lo spettacolo e partecipandovi insieme a pochi altri come se si trattasse di un silenzioso rito pagano, sotto lo sguardo attento della Statua Libertà, che proprio qui – ed è l’unico punto di tutta New York – si può guardare dritta in faccia, mentre lei cerca con gli occhi la Francia.

Quando presi di nuovo il B61 per tornare a casa, mi sentivo quasi ubriaco. Le sensazioni provate, i colori visti, i profumi in cui mi ero immerso, tutto mi disse che avevo finalmente trovato il mio posto preferito di New York e che in qualche modo ora vi appartenessi. Ne ho parlato con qualcuno e ne ho scritto brevemente, ma sentivo che non ero in grado di comunicare davvero ciò che avevo provato e dentro di me me ne rallegravo, perché ero geloso di Red Hook e non ero pronto a separarmene, condividendola con gli altri.

Il richiamo però era forte, così sono tornato. Devo scriverne, mi sono detto, è quello che so fare meglio, sarà il mio omaggio, la mia forma di ringraziamento. Già il percorso sul B61, però, mi è sembrato diverso, ma ho dato la colpa alla stanchezza. Quando sono sceso, ho ritrovato gli stessi odori, ma qualcosa era cambiato. Ho continuato a camminare per le strade familiari eppure allo stesso tempo estranee, allontanando come potevo il pensiero che già prendeva forma nella mia mente e mi diceva che la magia dell’altra volta era svanita. Quell’aforisma di Catone, non bisogna mai ritornare dove si è stati felici, mi rimbombava dentro con l’insistenza di un monito inascoltato e io ho accelerato il passo come se potessi sfuggirgli.

Ho mangiato di nuovo la key lime pie da Steve, ma aveva un sapore differente. Sono stato sul Valentino Pier anche se mancava quasi un’ora al tramonto e ho sentito montare il fastidio per le persone che c’erano e che scattavano le foto al panorama. Ho fissato la Statua della Libertà e nel suo sguardo immobile ed eterno mi è sembrato di cogliere una specie di severità bonaria, di chi sa ma non giudica. Me ne sono andato in fretta, sentendo i suoi occhi che mi bruciavano sulla schiena.

Red Hook (Foto Andrea Camillo)

In strada ho incontrato altre persone, chiaramente dei turisti, e ho sentito uno sciocca sensazione di profanazione. Ho pensato che Red Hook tra qualche anno potrebbe diventare l’ennesima vittima della gentrificazione, con le vecchie costruzioni di mattoni pronte a diventare gallerie d’arte, supermercati biologici, magari anche rooftop dove bere cocktail da venti dollari. Mentre camminavo verso la fermata dell’autobus a testa bassa, una ragazza mi ha chiesto se potevo scattare a lei e al suo ragazzo una foto davanti a uno dei tanti murales che colorano gli edifici. Mi ha ringraziato dicendomi: “Questi colori sono bellissimi, non trovi?” Ho risposto con un sorriso falso, senza entusiasmo, e sono andato via.

Sul tragitto verso casa ho provato una delusione pungente. Avevo rovinato qualcosa di bello o avevo  semplicemente frainteso? Qual era la vera Red Hook, quella di quel giorno o quella della volta precedente, così magica ma inesorabilmente lontana? Volevo raccontare del mio innamoramento e mi ritrovavo tra le mani l’amarezza di un tradimento, senza sapere se io fossi il tradito o il traditore.

Red Hook (Foto di Andrea Camillo)

Ogni scrittore che passa per New York finisce in un modo o nell’altro per scriverne, ma io forse non ne ero in grado. Anche solo l’idea di mettere una parola dietro l’altra mi sembrava sciocca, ogni idea era insulsa. Ero stato sopraffatto dalle emozioni provocate da Red Hook e stavo rischiando di perdere la bussola, scivolando nella spirale dello sconforto. Non sarei più riuscito a rievocare ciò che avevo provato la prima volta  e mi sembrava che quelle immagini e quei profumi stessero già scomparendo. Poi però ho capito che non dovevo scappare dalla frustrazione e che essa stessa era parte del mio ricordo di Red Hook.

Si sta male solo per ciò a cui si tiene, mi sono detto. Forse non ero diverso da tutti i turisti che avevo incontrato, eppure continuavo a sentire dentro di me che esisteva ancora una mia Red Hook e che comprendeva tutte le emozioni che avevo sentito entrambe le volte: sorpresa, dispiacere, euforia, nostalgia, gioia, tristezza. Io volevo parlare solo del mare, dimenticandomi che New York è una città di fiume, dove ogni cosa non smette mai di scorrere. Così ho compreso che è inutile provare a fermarla a tutti i costi e che se voglio scrivere di questa città posso solo raccontare ciò che si prova a lasciarsi trasportare dalla sua corrente.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter