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Pieve Santo Stefano: la “Città del diario” che conserva le memorie di cittadini comuni

Saverio Tutino fondò in Toscana l'Archivio diaristico nazionale: più di 8000 testimonianze in diari, tra cui quelle della Seconda Guerra Mondiale

“Città del diario”: si legge così sui cartelli all’ingresso di Pieve Santo Stefano e chiunque vi giunge non ha dubbi. È qui, in questo paese toscano della Valtiberina in provincia di Arezzo, che si trova l’Archivio diaristico nazionale, un luogo unico in Italia nel quale sono conservate ad oggi, più di 8000 testimonianze e memorie inedite di cittadini comuni. Fondato nel 1984 dall’intuizione visionaria e coraggiosa del giornalista Saverio Tutino, nel 2019 l’Archivio ha compiuto il suo trentacinquesimo anno di attività, mentre nel giugno del 2009  ha ricevuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali la notifica relativa alla Dichiarazione di interesse culturale nazionale.

L’angolo di Saverio Tutino – foto di Luigi Burroni

“Dobbiamo questa straordinaria realtà all’intuito di Saverio Tutino – racconta Natalia Cangi,  direttrice organizzativa dell’Archivio diaristico nazionale – Non c’è dubbio che Tutino fosse  un uomo davvero eccezionale, ed io sono lieta di averlo conosciuto. Tutino era nato a Milano nel 1923, è stato un giornalista de L’Unità e di Repubblica, uno dei maggiori esperti italiani di America Latina. Ma prima ancora di iniziare la sua brillante carriera giornalistica, fu un giovanissimo partigiano. Aveva origini campane da parte di padre e nessun legame con il nostro territorio e la Valtiberina, una zona quasi di confine per la Toscana: si trova nella sua punta orientale al confine con Marche, Umbria ed Emilia Romagna. Alla fine degli anni ’70, Tutino è arrivato da queste parti per lavoro, ma probabilmente già da allora aveva per la testa l’idea di fondare un luogo che conservasse la memoria comune. Tutino aveva indubbiamente un legame molto forte con la scrittura, e questo anche grazie alla sua famiglia. Suo padre Mario era un intellettuale di origini campane, e sua madre fu crocerossina durante la Prima Guerra Mondiale, scrisse anche lei un diario con testimonianze molto importanti. Tutino stesso, anche per questioni professionali usava tenere diari, ma ne aveva anche di privati. Oltre alla centralità della scrittura, mi pare necessario ricordare che Saverio Tutino aveva al centro dei suoi pensieri la persona, l’individuo. Non il personaggio dunque, ma l’essere umano. E non è un caso che un progetto simile sia nato proprio dalla sua sensibilità”.

L’arrivo un po’ casuale di Tutino in questo piccolo paese della Valtiberina insomma, ne modella in un certo senso il destino, se non altro a partire dai primi anni ’80. Il giornalista, una volta arrivato, si mette in testa di sondare il territorio per capire se qualcuno è pronto ad accogliere il suo progetto, la cui portata almeno inizialmente non è davvero compresa, mentre alcuni considerarono l’idea un po’ troppo naif. “Pieve S. Stefano ha una storia molto particolare, – spiega Nadia Cangi- aveva ed ha ancora, anche se in misura diversa, una ferita importante che ha segnato il suo passato. Durante la Seconda guerra mondiale, il centro abitato fu completamente distrutto: l’esercito tedesco in ritirata minò case e palazzi del paese, fece evacuare la popolazione e saltare in aria il tessuto urbano del paese. Quell’agosto del ’44 Pieve viene completamente annientato. Il paese in cui Tutino giunge, a distanza di più di trent’anni dall’accaduto, non ha ancora metabolizzato il colpo. Il giornalista allora incontra il sindaco dell’epoca per parlargli del progetto e il primo cittadino accetta, concedendo a Tutino alcuni spazi dell’edificio municipale. La forza e la fiducia che quest’uomo aveva saputo infondergli l’avevano convinto. Dopo aver ricevuto il beneplacito dell’amministrazione, in un articolo pubblicato su Repubblica il 22 novembre 1984, Saverio Tutino fa un appello semplice, che più o meno penso di poter citare a memoria: guardate nei cassetti, nelle soffitte e negli armadi, vedete se ci sono diari e mandateli qui a Pieve Santo Stefano, dove saranno conservati per sempre”.

I cassetti del Piccolo museo – foto di Luigi Burroni

Già dal primo appello ufficiale, iniziano ad arrivare a Pieve decine di diari. Dall’anno successivo, Saverio Tutino associa all’archivio un premio, il Premio Pieve (che dal 2012, l’anno dopo la sua scomparsa, si chiama “Premio Pieve Saverio Tutino”), un’altra sua grande intuizione, perché attraverso il premio si apre un importante canale per l’archivio stesso e per il progetto. Con gli anni il numero dei manoscritti cresce sempre di più: giungono da tutte le regioni d’Italia diari inediti, scritti autobiografici non romanzati che raccontano l’intimità, la gioia, il dolore, il rimpianto, la speranza, il quotidiano. Il paese, dal suo canto, con l’Archivio si appresta a vivere un suo nuovo tempo. “Certamente la presenza dell’archivio ha un peso piuttosto notevole qui a Pieve – prosegue  Natalia Cangi- anche perché ormai la sua è una istituzione nazionale e internazionale. Certo è che, quando Tutino ebbe l’idea dell’archivio e volle realizzarla, il mondo era un po’ diverso. Oggi siamo tutti disponibili a condividere, ma quarant’anni fa no… Pieve è sempre stato un centro un po’ isolato, non tanto diverso da altri paesi italiani, dove per secoli la cultura non ha mai messo piede. Anche se ora Tutino è scomparso, noi cerchiamo di tenere alto il livello dell’archivio e di pensare sempre in grande, è il codice che ci ha lasciato e noi ci impegniamo a fare tutto seriamente, andando oltre la dimensione locale. Comunque, da una ricerca statistica condotta qualche anno fa, risulta che più di 1500 pievani abbiano finora partecipato operosamente ai processi di lettura e alle attività correlate all’archivio, ciò vuol dire che da quando l’archivio esiste, una media molto alta degli abitanti è consapevole dell’importanza di questa istituzione e del suo valore sociale e culturale. Tutino ci teneva parecchio che fossero concretamente coinvolte tutte le persone, indipendentemente dal loro mestiere o dai loro interessi. Fu un’altra delle sue rivoluzioni, la cultura non doveva né deve essere solo appannaggio di certe categorie di persone”.

Palazzo Pretorio e piazza al Premio Pieve -foto di Luigi Burroni

Quel che è certo è che ormai le attività dell’Archivio diaristico nazionale svolgono un importante ruolo e  hanno superato i confini della Valtiberina, della Toscana e dell’Italia stessa, raggiungendo i molti italiani che vivono in diversi stati europei e oltreoceano. “Abbiamo intrapreso un importante progetto con il Ministero degli Esteri- spiega entusiasta Natalia Cangi – e il lavoro svolto sinora è visibile sul sito www.idiariraccontano.org . Abbiamo reso fruibili online le testimonianze scritte da più di 200 persone, in un arco temporale che va dagli ultimi decenni dell’800 fino ai nostri giorni.  L’emigrazione è il tema dei temi per il nostro paese, e in questo lavoro c’è una coralità di voci che vale la pena di essere scoperta. Poi c’è il progetto DiMMi – Diari Multimediali Migranti, un concorso nazionale rivolto a persone di origine o provenienza straniera che vivono o hanno vissuto in Italia, e che siano autori di diari o testimonianze. Stiamo creando un fondo di raccolta di diari per immigrati di prima e seconda generazione”.

Il Lenzuolo di Clelia Marchi – foto di Luigi Burroni

Fondamentale e sempre più incentivato, è il rapporto con le scuole, sia toscane che di tutto il territorio nazionale: presso l’Archivio è possibile svolgere Servizio Civile e anche progetti di alternanza scuola lavoro. Il numero dei visitatori che raggiungono Pieve Santo Stefano è aumentato molto con l’apertura, nel 2010, del Piccolo Museo del diario, progettato dallo studio Dotdotdot di Milano; si tratta di una esposizione interattiva di narrazione che ha fatto fare all’archivio il salto di qualità, un  percorso multisensoriale e interattivo che accoglie il visitatore in maniera coinvolgente,  e lo conduce attraverso le scritture di persone comuni che hanno raccontato la storia d’Italia da un punto di vista inedito .  La Fondazione TIM – spiega Marco Pellegrini, Social Media Manager del Museo -ha deciso di finanziare il progetto di digitalizzazione di tutto il suo patrimonio. Questo progetto (cofinanziato anche dalla Regione Toscana), dal titolo Impronte digitali, è durato alcuni anni e ad ispirarlo maggiormente è stata una storia simbolica per noi dell’archivio di Pieve, quella del Lenzuolo di Clelia Marchi. Si tratta di una contadina di Poggio Rusco, che in seguito alla morte del marito nel 1972, iniziò a scrivere su un lenzuolo del corredo matrimoniale, la storia della sua vita. Dopo averlo terminato, la donna consegnò il lenzuolo al sindaco del suo paese che, sorpreso, decise di scrivere all’Archivio dei diari, dove il lenzuolo fu depositato nel 1986.  Il Lenzuolo di Clelia Marchi, simbolo sia dell’Archivio che del Museo, è rimasto per molti anni ripiegato in una piccola teca per essere esposto soltanto nelle giornate del Premio Pieve e per tutto il resto dell’anno i visitatori ne potevano vedere solo un piccolo lembo. Ora con il Museo,  al lenzuolo è dedicata una intera stanza.  Siamo convinti che la storia italiana ritrovi qui al Piccolo Museo del diario la sua identità più pura, quotidiana, schietta e onesta. Queste memorie, le lettere e i diari cancellano i filtri della retorica e fanno comprendere il mondo in cui viviamo, il nostro Paese, la nostra società. E fanno sì che si avveri quel che desiderava Saverio Tutino, ovvero dare voce a chi non ha voce. Perché nessuna vita resti dimenticata”.

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