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Storie e leggende di elefanti lapidei, durante un viaggio tra Pantelleria e Gallura

Può capitare che leggendo La Voce si vada a finire tra tante figure antropomorfe o zoomorfe coniate con mano precisa dalla forza della natura

L'elefante di cala Tramontana a Pantelleria

Si dice che i casi della vita sono imprevedibili, ma spesso, come avviene talvolta per la supposta conferma di un sogno nella realtà del risveglio, le coincidenze ci stupiscono e restano inspiegabili.

Tutto era cominciato con la curiosità e la sorpresa su questo quotidiano online in seguito alla lettura di “Quando a Pantelleria, dopo quel racconto di Turi, sognai l’elefante di Annibale”, scritto da Roberto Brambilla, che avevo sfiorato per caso in una serata commemorativa a New York. Mi aveva colpito in un architetto la verve narrativa e affabulante, la sua fantasia onirica. E fu uno sviluppo travolgente che mi condusse nel suo straordinario dammusu di Pantelleria a Cala Tramontana, quella di Turi, a godere della sua ospitalità, quella che i Greci chiamano xenìa e che si concede con slancio, gratis e senza nulla chiedere e aspettarsi. E le serate socratiche che mi richiamavano il Simposio e riguardo all’Eros dispotico il Fedro. Con ugual fervore e passione nel proporre e difendere le proprie tesi, tra ironia e gioia di esserci, sulla base dell’orazione di Lisia.

Roberto Brambilla, 1965 in Pantelleria

Mi aveva affascinato del sogno la sua nostalgica rêverie di un tempo lontano in cui, giovane spensierato con il sorriso sotto i baffetti, Roberto milanese aveva intrecciato con un Turi pantesco un dialogo che si era sviluppato a partire da un certo Polybios (lo storico?) sul mito passato di bocca in bocca, da padre in figlio in un lungo svolgersi di anni. Già quel Turi aveva il suo fascino per la ‘ngiuria che risultava in effetti un elogio, “occhi di Soraya”. Immaginate, si partiva da un ipotetico passaggio nell’isola del popolare Annibale, secondo lui la via più breve, dei fulmini di Zeus e del suo elefante pietrificato in parte emergente in Cala Tramontana. Certo, del colore igneo della lava pietrificata. Sì, quell’Annibale che ha sempre affascinato dai banchi di scuola per i suoi mastodontici elefanti, passati per le nevi alpine, strani ed esotici animali con quel naso lungo prensile dei quali si erano perse le tracce da quando scorrazzavano in Sicilia e a Malta. Perché nell’isola in epoca preistorica, durante il Pleistocene, prosperarono numerose specie di elefanti (sottotipo Palaeoloxodon Antiquus). Catania lo ha assunto come simbolo come Liotru o Diotru sulla scia del bizantino Eliodoro e ne ha rivissuto magie, miti e leggende nel suo Museo dell’Etna di Viagrande.

Anche nella sezione paleontologica del Museo di Prizzi si conserva un reperto fossile del celebre Elephas Falconeri (da Hugh Falconer), vissuto in epoca preistorica tra i 600 mila e i 250 mila anni fa. Tracce di questa persistenza sono ormai certe: «The endemic elephants of Malta and Sicily were considered for decades as representatives of a progressive size reduction trend, begun by the mainland species Elephas (Palaeoloxodon) antiquus. According to this historical hypothesis, the first step of this process was the Sicilian relatively large-sized Elephas antiquus leonardii Aguirre, 1969, recorded from Middle Pleistocene deposits at Via Libertà (Palermo) (Aguirre 1969)» (Endemic elephants of the Mediterranean Islands: knowledge, problems and perspectives by M.R. Palombo Dipartimento di Scienze della Terra, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”; The World of Elephants – International Congress, Rome 2001).

L’elefante in Gallura

Eppure dopo appena pochi giorni un altro elefante mi avrebbe stupito ed ammaliato in una mistica scoperta della selvatica Gallura. Allora ho compreso la straordinaria inventiva, quello spirito creativo della Physis, della natura che ci strabilia ed inganna con immagini e simboli nati dalle millenarie metamorfosi della crosta terrestre, da quei milioni di sommovimenti che hanno portato il mare in cima alle montagne. Là a Pantelleria quel furore di lava che esplose per secoli intorno a tante bocche vulcaniche e che fa oggi dell’isola un coacervo di masse laviche ove stupisce che possano crescere viti nane ed ulivi contorti dal maestrale, i rarissimi capperi. Tutto un caotico stendersi di nero, con punte e ruvidezze che lasciò il suo solidificarsi improvviso, senza il tempo di distendersi in forme più quiete e levigate. Il paesaggio nella sua improvvisa coagulazione dà un’immagine di furia irrefrenabile, in cui ancora ci sembra di percepire i borbottii e i sibili che sbuffavano dal ventre squarciato e ribollente della terra. Non per nulla si minaccia per i peccatori l’Inferno del fuoco eterno, che ribolle nella profondità del suo ventre.

Ed ecco quella proboscide che emerge dal mare in una improvvisa solidificazione della lava che ha dato la stura alle fantasie e alle leggende, al suo improvviso passaggio narrato da un improbabile Polybios fino al padre di Turi che racconta di Zeus fulminante. Non poteva che rivivere il tutto nel sogno di un giovane che scopriva quella terra sconnessa e caotica di lava. E lì sarebbe vissuto una vita con la madre devota nel dammusu risognato e ridisegnato di Turi.

Diverso il passaggio di Gallura, ma ugualmente sconvolto da una mano magica e capricciosa che ha giocato alla metamorfosi degli immani monoliti di granito. Ancora una terra di Caos e tante figure antropomorfe o zoomorfe che ha coniato con mano precisa la natura. Io, più umilmente, ho avuto come virgilio un ex vigile del fuoco che è stato travolto dalla passione immensa per le magie della sua terra e la rivive come ai tempi dei suoi antenati tra gatti cani galline. In ogni luogo dell’immenso caos di granito la domanda: “Cosa vede in quella roccia?”. In una gara ad indovinelli. Uomo e animali in tante fogge e illuminazioni fantastiche. Là l’esplosione furiosa della lava e la ferinità della natura, qui monoliti in equilibrio o confusamente sparsi da una mano ciclopica. Là i ricordi romani, qui una civiltà straordinaria, quella prenuragica e nuragica, unica al mondo, nella sacralità di quelle rocce che furono culto e mistero nei nuraghi, nei dolmen, nei menhir.

Ma torniamo all’elefante. Le due immagini possono spiegarci le loro sostanziali differenze. Là un animale che inabissa fulminato e nero, qui la possanza della sua forma e della sua statura. Là una metamorfosi lavica, qui una creazione del vento e delle tempeste che ne hanno reso nitidi i contorni. E la voglia di stupire del mio pompiere che mi guida intorno al megalite per scivolosi ed irti sentieri di pietre sconnesse. Ma nulla mi dice della struttura che ha vissuto una vicenda antropologica, da quando la natura ne ha modellato quella forma.

A parte la differenza morfologica, vulcanica l’una, monolito trachitico e andesitico l’altro di Castelsardo, località Multeddu, entrambi precipitati dal sovrastante sistema montuoso, quello sardo dal monte Castellazzu, e rotolati a valle, entrambi celebri per la loro risorsa turistica paesaggistica, l’elefante sardo ha una eccezionale importanza archeologica. Al suo interno conserva ancora dal periodo nuragico due domus de janas, termini resi popolarmente con ‘case delle fate’.

E di queste il buon loquace cicerone nulla sapeva. In origine la roccia era detta in gallurese ‘Sa Pedra Pertunta’ (‘traforata’), fino a che nel 1914 Edoardo Benetti ne associò il profilo ad un elefante. Le due ‘domus’, di epoche diverse, sono scavate su due livelli. Quella superiore, scoperta per prima, con pareti lisce e dritte, non presenta particolari rilievi architettonici, è composta da tre vani e manca del padiglione coperto che la precedeva, crollato assieme al prospetto della tomba.

Si accede da un portello quadrangolare di circa 50 cm nella sottostante zona ipogea, ben conservata proprio per la sua collocazione. Essa consta di quattro vani che originariamente erano preceduti da un breve ‘dromos’ (‘passaggio’) in parte coperto e in parte a cielo libero.

In una celletta in bassorilievo si trova scolpita la protome bovina che decora molte tombe di quella tipologia e culto. Per lo stile curvilineo evoluto la tomba è attribuita al III millennio a.C.

Resta in me sorprendente la magica coincidenza, nel breve lasso cronologico, della possente silhouette elefantina, anche se mi rammarico di essermi perduto la straordinaria esperienza di visitare la preistorica ‘domus’ nuragica, la grandiosa tomba che mi richiama anche se in scala ridotta le stupende creazioni egiziane della Valle dei Re. Tali ‘domus’, presenti in diversi siti, ben 2.400 catalogati, forse tante sfuggite, veri cimiteri sotterranei che vanno dal Neolitico all’Età del Bronzo, dalla Cultura di San Ciriaco intorno al 3.400 alla Cultura di Ozieri intorno al 2000 a.C. Era una religione che trova la corrispondente in quella delle isole Cicladi, in cui gli adepti adoravano il Sole, come fonte di vita, e il Toro, potenza generatrice, e con la stessa aspettativa la Luna e la Grande Madre. Strabiliante questo ultimo culto che si estendeva per tutto l’Oriente, come pure quella del toro che rappresentò una fase della civiltà minoica a Creta, con il Minosse Toro, culti di divinità che rappresentano il principio di rigenerazione per i defunti in quanto simbolo della potenza fecondatrice e della vita (Luisanna Usai). Era la seconda casa in cui il defunto riviveva inumato in posizione fetale la sua seconda vita.

Zanne di elefante nella Cinta muraria del Complesso monumentale S. Agostino a Corleone.

MEMENTO. Giorni dopo, visitando per un caso fortuito il mio remoto, ma sempre in cuore, Liceo classico “Guido Baccelli” di Corleone, sì quella di Francis Ford Coppola e di Marlon Brando e De Niro, sulla fantasticheria di Mario Puzo, figlio della scrittura creativa e free lance, che forse non sapeva dove si trovasse la città e nulla sapeva se non quello che apprese dal padre avellinese, ho trovato che è stato ripristinato e restituito nel primitivo convento di S. Agostino con chiostro e antiche mura e campanile. E per me è stato un tuffo al cuore trovare un altro luogo, uno taglio nella memoria e nella vita nessuna traccia della mia anima. Ma quello che più mi ha sbalordito nella visita di questo ricostruito grandioso Museo che consiglio di visitare, perché si sappia che la Sicilia non è mafia, che Corleone non è solo don Vito Corleone e mafia, sono stati i reperti di zanne di elefante trovate e lasciate in loco sotto vetro, forse come riempimento murario, trovandosi al secondo piano delle mura perimetrali del convento.

A dimostrazione che Corleone non è don Vito, ma una lucrosa e abusata fantasia di Puzo che mai è venuto in Sicilia e ha reso un falso storico anche della mafia, un intero Salone è dedicato ai martiri della mafia, a Falcone e Borsellino.

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